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giovedì 28 maggio 2020

IL PARADISO È NEGATO SOLO A CHI NON VUOLE ENTRARCI



La parabola del figliol prodigo ci offre, come diamante dalle infinite sfaccettature, un altro spunto di riflessione. Come sappiamo il fratello maggiore rifiuta di entrare in casa mentre è in corso la festa che il padre ha voluto dare in onore del figlio ritrovato. Il padre allora, dispiaciuto del fatto che egli non voglia condividere la gioia della loro casa, abbandona la festa ed esce per andarlo a chiamare. Egli prega il figlio di entrare ma quello, adombrato e offeso, rinfaccia al padre di non avergli mai dato nemmeno un capretto per fare festa con gli amici, mentre adesso ha fatto ammazzare il vitello grasso per quell'altro che ha dissipato tutti i suoi averi con le prostitute. A questo punto notiamo già qualcosa di incongruente nel comportamento del figlio maggiore. Egli si lamenta di non aver mai potuto fare festa e intanto non vuole partecipare alla grande festa che si sta svolgendo in casa sua. Nella metafora evangelica sappiamo che quella casa è il Paradiso, perché per ogni peccatore tornato al Cuore di Dio si fa festa grande nella Sua Casa. Cos'è che impedisce al figlio "saggio" e "fedele" di entrare e partecipare allo stesso gaudio e letizia del padre e del fratello? L'orgoglio, l'invidia, la superbia. Egli desiderava un festeggiamento tutto per lui. Il padre si è addirittura scomodato ad uscire di casa per andargli incontro e "pregarlo" di entrare, ma lui nonostante ciò si rifiuta perché è accecato dal proprio egoismo. Non è forse questo che il Signore ha fatto con tutta l'umanità? Egli si è incarnato, è uscito dalla propria Casa, è venuto incontro ai figli qui nel mondo per invitarli ad entrare nel Suo Regno, ma non tutti i figli hanno accettato l'invito. Questo Padre amorevole e misericordioso è venuto nel mondo anche per insegnare ad amarsi e a rispettarsi vicendevolmente, a gioire l'uno per la felicità dell'altro, a soccorrersi, a compatirsi, a perdonarsi reciprocamente. È tutto questo che il padre cerca di far capire al figlio maggiore, perché anche noi dobbiamo fare festa per i nostri fratelli perduti e ritrovati. Gesù non ci racconta il finale della parabola, per questo non sappiamo se il fratello del figliol prodigo scioglierà finalmente il suo cuore indurito dall'orgoglio ed entrerà in casa. Ed è forse proprio nella parte non raccontata della parabola che Gesù lascia alla nostra coscienza la risposta. Penso che tutti noi dovremmo identificarci non nel figliol prodigo ma nel suo fratello così ostile e resistente all'amore divino. Il Signore porge a tutti l'invito ad entrare nel Suo Regno, ma noi come abbiamo risposto a questo invito? Se sappiamo che in questo Regno troveremo anche i fratelli che abbiamo giudicato male nel mondo, i fratelli con cui non abbiamo mai voluto spartire nulla perché ritenevamo che fossero peggiori di noi, accettiamo lo stesso l'invito? Per entrare nel Regno di Dio bisogna prima imparare ad amare e a perdonare. La porta di questa Casa è aperta a tutti ma non tutti vogliono entrarci. Che cosa dice il padre al figlio orgoglioso? "Tutto ciò che è mio è tuo". Il Signore ha condiviso con noi ogni Suo bene, ma non tutti vogliono godere di questo bene, non tutti vogliono partecipare a quella festa perpetua che è la vita nel Paradiso.






Copyright © Bruno Canale 2020 (Testo) 

sabato 21 marzo 2020

DISTANZIAMENTO SOCIALE



Come sarà l'uomo del futuro? Come sarà la nostra vita quando finirà questa emergenza che fa da spartiacque tra una vecchia concezione della vita e la nuova realtà che ci attende? In questi giorni si parla tanto di "distanziamento sociale" riferendosi alla distanza da mantenere tra le persone per contenere la diffusione del virus. A dire il vero l'espressione "distanziamento sociale" poteva essere idonea anche alla vita che abbiamo condotto finora. Il comunicare con i social, con i telefoni cellulari aveva già creato una notevole distanza, una triste lontananza soprattutto tra i giovani. Oggi è proibito darsi la mano ed abbracciarsi perché sono gesti pericolosi per la nostra salute fisica. Ma in fondo questi calorosi atti di vicinanza stavano diventando molto rari anche prima. Forse dopo questa esperienza tutto ciò che appariva moderno e indispensabile apparirà superato, obsoleto, antico e inadeguato per l'uomo nuovo. Il forzato isolamento domiciliare a cui siamo costretti in questi giorni sta rendendo gli strumenti tecnologici l'unica possibilità di comunicare con il mondo. Ma quando saremo finalmente liberi tutte le possibilità che il progresso ci sta offrendo le assoceremo alla solitudine, alla paura e al dolore. L'uomo nuovo avrà bisogno di altro per comunicare con il prossimo. Un sorriso, un abbraccio, una parola viva, una distanza ravvicinata per ascoltarsi e per capirsi davvero, una salvifica stretta di mano.








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giovedì 19 marzo 2020

LA TERZA GUERRA MONDIALE




È scoppiata la terza guerra mondiale, ma non è la guerra che molti profeti di sventura avevano previsto. È una guerra in cui tutte le nazioni del mondo si sono alleate contro lo stesso nemico. Nelle due precedenti guerre mondiali c'è stata una lotta fratricida che ha visto tutti perdenti. Questa volta tutti gli uomini della Terra sentono la necessità di solidarizzare, di obbedire a delle nuove regole che andranno a vantaggio dell'intera collettività. Alla fine di questa guerra sarà la dignità dell'uomo a vincere e sarà il desiderio di amore e di vicinanza il nuovo e più diffuso sentimento degli uomini del futuro. Ricordo una frase di Albert Einstein: "Non so come verrà combattuta la terza guerra mondiale, ma so come verrà combattuta la quarta: con la clava." Per fortuna non sarà così. Dalle ceneri di una vecchia e spietata concezione della vita e dell'umanità sorgerà un mondo nuovo. Il nemico del nostro tempo non è soltanto il coronavirus. Il nemico comune è il culto del denaro e del profitto a vantaggio di pochi e a danno dei molti. Questa esperienza ci insegnerà che gli uomini non sono numeri. I diversi provvedimenti adottati attualmente dal Governo a favore delle imprese, delle famiglie e della Sanità ci dimostrano che si può imboccare una direzione diversa. Questo è l'insegnamento che il Signore sta impartendo ai Suoi figli. Cerchiamo di seguirlo anche nel futuro.

"Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote." (Lc. 1, 51-52)




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domenica 8 marzo 2020

CORONAVIRUS, A QUALE NORMALITÀ VOGLIAMO RITORNARE?



Il mio desiderio in questo momento è che il virus scompaia ma che resti il fervore della preghiera e la volontà di andare in chiesa per parlare con il Signore e adorarlo. Il mio desiderio è che un giorno si possa riscoprire l'importanza di una stretta di mano e di un abbraccio, perché tutti avranno compreso che si può condividere la solitudine forzata ma anche la gioia di ritrovarsi felicemente uniti in chiesa durante la Messa come anche nel posto di lavoro o in famiglia. Il mio desiderio è che si pensi in futuro un poco di più a Dio e molto meno a sé stessi e alle inconsistenti apparenze che il mondo ci impone. In epoche molto remote, quando flagelli ed epidemie non mancavano, la religiosità era molto più diffusa sia tra i ricchi che tra i meno abbienti, sia tra i colti che tra gli analfabeti. La letteratura italiana comincia ufficialmente con una lode a Dio, il "Cantico delle creature" di S. Francesco d'Assisi, e ha il suo più solido pilastro in una monumentale opera che parla di Inferno, Purgatorio e Paradiso, la Divina Commedia. Forse l'uomo un tempo aveva una più precisa coscienza della propria caducità, del proprio essere un nulla davanti a Dio. È bene che oggi si recuperi questa sana e santa consapevolezza. Spero che quando saremo usciti da quest'incubo non torneremo alla consueta "normalità", quella normalità che fa credere all'uomo moderno di essere autonomo, evoluto, autosufficiente, indipendente da Dio, anzi che lo rende sicuro di non aver bisogno di alcun Dio. Al Signore non mancherà occasione, in futuro, per farci ricordare ancora una volta quanto siamo fragili e indifesi nel ritenerci così stupidamente forti.



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sabato 15 febbraio 2020

LA VERIFICA



Si presentarono davanti alla porta del Paradiso uno scienziato e un analfabeta. L'angelo guardiano fece segno ai due di fermarsi poi disse: "Che cosa avete portato con voi dal mondo per dimostrare di poter entrare in questo Regno?" Lo scienziato rispose: "Io possiedo la conoscenza che ho conquistato con tanto sacrificio. Essa mi ha consentito di fare delle scoperte importanti per l'umanità. Ho contribuito al progresso liberando il genere umano dalle tenebre dell'ignoranza." L'angelo gli domandò che cosa avesse scoperto e lo scienziato gli illustrò tutto il percorso di studi e ricerche che aveva brillantemente compiuto. Il guardiano celeste se ne compiacque. L'analfabeta intanto ascoltava in silenzio e attendeva con timore il momento in cui l'angelo si sarebbe rivolto a lui per interrogarlo. "Che cosa gli risponderò? - disse tra sé -  Io non ho mai saputo fare niente. Ho ricevuto soltanto umiliazioni nella mia vita. Quando gli altri parlavano non capivo che cosa dicevano e spesso li ho fatti ridere a causa delle stupidaggini che dicevo e della mia ignoranza. Ho combinato solo guai e fatto sciocchezze imperdonabili. Sono stato pigro, non mi sono mai impegnato in qualcosa di serio e nei momenti peggiori me la sono cavata sempre dicendo "Lasciamo fare a Dio". Adesso sono qui in compagnia di quest'uomo di fronte al quale io non valgo nulla. Anche qui dunque mi tocca di essere umiliato." Quando l'angelo smise di parlare con lo scienziato rivolse i suoi occhi verso l'analfabeta. Egli tremava, mentre lo scienziato sorrideva soddisfatto di sé. L'angelo guardò con un sorriso l'analfabeta e gli fece segno di entrare. Il pover'uomo fece un gesto come per dire: "Io?". L'angelo annuì e disse dolcemente: "Ho già ascoltato i tuoi pensieri. Tu hai raggiunto la perfezione nel riconoscere la tua imperfezione. Ti sei affidato a Dio ed ora Egli ti accoglie volentieri nel Suo Regno." L'altro, sopraffatto dallo stupore e procedendo timido e lento, varcò la luminosa soglia e disparve nella Luce. Lo scienziato, nel vedere il misero ignorante entrare subito in Paradiso senza referenze e senza aver esibito alcun merito, protestò con l'angelo." Io ho passato tutta la mia giovinezza a sgobbare sui libri e sempre ho continuato a studiare per acculturarmi anche quando ero ormai uno stimato accademico. Mentre io sudavo e mi impegnavo per risolvere alcuni spinosi problemi della scienza e contribuire al progresso dell'umanità quell'incolto si negava alla conoscenza e sprecava il suo tempo. Adesso lui viene giudicato più meritevole di me al punto da non essere nemmeno esaminato ed essere ritenuto degno addirittura di precedermi?""Mio caro - rispose l'angelo - con queste ultime parole hai commesso un grave errore. Possibile che la tua intelligenza non sia servita a farti capire che il Signore ti aveva già destinato al Paradiso? Egli aveva bisogno però di un'ultima verifica. Per questo ha voluto che ti presentassi davanti al Suo Regno in compagnia di quell'uomo. Consentendo a un povero ma umile analfabeta di precederti ha scatenato la tua indignazione e la tua invidia perché hai pensato di essere più meritevole di lui. Questo sentimento ritarderà il tuo ingresso in Paradiso perché hai dimostrato di non essere ancora pronto. Colui che invece ha provato vergogna di se stesso riconoscendo di essere piccolo ha trovato la chiave giusta per ottenere la beatitudine del Cielo. Questa chiave si chiama "umiltà."





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domenica 2 febbraio 2020

IL SENSO DELLA VITA UMANA




Chiunque abbia trascorso gran parte della sua vita a chiedersi il perché di tutto; chiunque abbia provato a cercare la risposta negli ineffabili segreti dell’universo; chiunque abbia saggiato la sapienza umana per capire il senso ultimo delle cose; chiunque sia rimasto incantato e rapito dalle bellezze del Creato trovando già in esse una prova d’amore; chiunque cerca da sempre la risposta definitiva lì dove c’è soltanto una luminosa irradiazione della Verità; chiunque abbia fatto un percorso che racchiude tutto ciò che ho elencato dovrebbe prendere esempio dai Magi. Quegli uomini sapienti e saturi di conoscenza degli astri, i quali si affidarono alla guida di una stella, conclusero il loro cammino sapienziale davanti al Bambino di Betlemme. Ed è lì che anche noi dobbiamo concludere la via dei nostri affanni, delle nostre curiosità, dei nostri perché. Davanti a Colui che racchiude in sé l’unica risposta possibile al senso della vita umana.








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domenica 19 gennaio 2020

VINCOLI DI GRAZIA



Perché Gesù è così severo quando parla dei legami familiari? Egli usa toni abbastanza duri quando parla dei rapporti che intercorrono tra i consanguinei, e la narrazione evangelica dimostra che i Suoi stessi parenti non vollero credere in Lui.

"Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua»" (Mc. 6, 4)
"Gli fu annunziato: «Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti». Ma egli rispose: «Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica»" (Lc. 8, 20-21)
"Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me" (Mt. 10, 37)
"Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui." (Gv. 7, 5)
"Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «E' fuori di sé»." (Mc. 3, 21)
"Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna." (Mt. 19, 29)
"i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa." (Mt.10, 36)

Sembra dunque che Egli voglia negare il valore dei vincoli di sangue. In realtà, con le Sue parole così apparentemente impietose, Gesù avvalora maggiormente la meravigliosa meta a cui secondo la nuova logica divina ogni uomo deve aspirare: l'appartenenza al Regno dei Cieli. Gesù è venuto ad annunziare questo Regno che trova nella Sua divina Persona la massima esemplificazione terrena. Per appartenere a questo Regno è necessario uscire dai vecchi schemi, dalle vecchie regole, dai vecchi confini. Gesù non è venuto soltanto per la salvezza del popolo eletto ma per la salvezza di tutta l'umanità. Non è venuto per confermare gli angusti legami familiari, la forza del clan che si riconosce in regole rigide ed intoccabili. Ogni uomo troverà suo fratello in un altro uomo, in qualsiasi uomo di questa Terra. I confini della famiglia si allargano, si rinnovano, si espandono in una universale armonia in cui nessuno potrà essere più considerato un "estraneo". Nella logica divina che Gesù insegna al mondo estranei diventano coloro che vantano legami apparentemente prioritari: i legami di sangue. In fondo neanche le due persone speciali e privilegiate che hanno formato la Sua Sacra Famiglia, Giuseppe e Maria, poterono dirsi realmente "consanguinei" di Gesù. Nel nuovo mondo da Lui annunciato e predicato siamo tutti uniti senza confini di patria e di famiglia. Non esistono dunque più vincoli di sangue ma soltanto "vincoli di Grazia".



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lunedì 6 gennaio 2020

UNA SOAVE CAREZZA




Che cosa sono quei due schiaffetti dati dal Papa per liberarsi da una stretta dolorosa rispetto a tutti i volgari insulti che sta ricevendo in questi giorni? Vignette di pessimo gusto (postate anche da insospettabili cattolici praticanti) accuse insulse e calunniose, sberleffi, giudizi spietati. Al confronto delle percosse morali che Papa Francesco sta ricevendo i due schiaffetti dati alla fedele asiatica sono soltanto una soave carezza.









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giovedì 2 gennaio 2020

IL PAPA SCHIAFFEGGIATORE? LA COLPA È DI CHI LO VUOLE TUTTO PER SE




Dopo il suo secondo gesto di “umanissima impazienza” Papa Francesco è stato ancora una volta investito da accuse e pretestuose polemiche nei social, dove notoriamente scarseggiano il raziocinio e la pietà. Ricordiamo che in Messico, nel 2016, Bergoglio rimproverò un giovane il quale, immerso nella folla di fedeli, voleva attirarlo a sé in un abbraccio esclusivo che stava rischiando di ledere l’incolumità del Pontefice. “Non essere egoista!” questo disse il Papa al giovane messicano. Alla fine dell’anno appena trascorso, dopo la Messa del Te Deum, durante il suo consueto passaggio accanto ai fedeli in piazza San Pietro il Papa è stato bloccato da una fedele asiatica che gli ha afferrato con forza il braccio per attirarlo a sé e imporgli con determinazione di ascoltarla. Egli si è mostrato dapprima dolorante poi alquanto irritato da quella presa. Con due schiaffetti si è liberato dall’autoritaria morsa di quella donna che, seppur desiderosa di comunicare qualcosa al Santo Padre, non ha certo scelto il modo più opportuno, umile e civile. Che cosa ne sarebbe del povero Pontefice se tutti i fedeli che incontra così da vicino volessero afferrargli un braccio, un lembo della talare o tutto il corpo per stabilire un contatto più forte ed intenso? Per quel che mi riguarda, anche se riuscissi solo a sfiorare una mano del Papa sarei già felicissimo. L’egoismo di taluni fedeli che vogliono il Papa tutto per sé può generare episodi come quello accaduto in piazza San Pietro. Sono convinto che anche Gesù avrebbe avuto la stessa reazione se qualcuno in mezzo alla folla gli avesse strattonato un braccio facendogli del male.








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lunedì 23 dicembre 2019

LA VITA E LA MORTE



La vita e la morte un giorno si accordarono per decidere chi fosse la più forte. "Vediamo chi riuscirà a dimostrare la propria superiorità" disse la morte sicura di trionfare. "Va bene - rispose la vita con calma - vediamo." Dentro una clinica, davanti al nido, le due compagne guardavano i neonati sgambettanti nelle culle. "Vedi - disse la vita - guarda quanti nuovi nati ti porto nel mondo, che meraviglia! Saresti capace tu di tanto?" La morte sorrise con una smorfia ironica e poi disse: "Andiamo in un cimitero e ti faccio vedere quanti me ne porto via. Anche questi pargoletti, chi prima e chi dopo, me li riprendo tutti." La vita non s'arrese. Portò la morte ad una festa di nozze. "Vedi quei due sposi? - disse indicando due giovani felici in mezzo ai commensali brindanti - tra poco quei due giovani metteranno al mondo un figlio, e hanno davanti a loro una vita lunga e ricca di felicità. E dopo il primo figlio ve ne saranno altri due. E anche loro metteranno al mondo altri figli, cosicché quei due sposi un giorno avranno una caterva di nipoti con cui giocheranno felici." La morte li guardò e poi disse col solito ghigno ironico: "Tutti me li riprenderò un giorno e te li porterò via. Sposi, figli e nipoti." La vita non si diede per vinta. "Ti batterò sempre sul tempo - disse piena di entusiasmo - perché mentre tu ne porti via uno altri cento ne farò venire al mondo, e altri cento ancora, e altri mille! Chi è dunque la più forte?" "Io, sempre io - asserì la morte - perché sono sempre io che ho l'ultima parola, non tu. Tu ti sforzi di portarne dieci, cento, mille, ma io tutti te li tolgo e li trascino a me per la vittoria finale." Allora la vita ebbe un'idea. Condusse la morte in una chiesa. "Vedi- disse compiaciuta - guarda quanta gente che prega." "Beh? - fece la morte sdegnosa - anche questi me li porterò via tutti, alcuni di loro stasera stessa." "È vero - convenne la vita - ma queste persone non hanno paura di te, perché sanno di poter vivere in eterno." La morte scoppiò in una risata fragorosa e isterica." Vivere in eterno! Ma che sciocchezze vai dicendo? L'ultima parola ce l'ho io, sempre io, nessuno potrà mai piegarmi. L'uomo ha potuto soltanto allungare la sua permanenza nel mondo rimandando l'appuntamento con me. Ma io so aspettare. Non ho fretta." "Mia cara sorella - disse la vita - perché sorella ti chiamò un grande Santo, io e te siamo vincenti e perdenti in egual misura, questa è la verità. Oltre me e te vi è qualcos'altro di molto più grande, immenso e incomparabile, davanti al quale sia io che te dobbiamo inginocchiarci. Davanti alla Sua maestà dobbiamo cedere il passo perché Egli governa il mondo e l'universo. Noi serviamo soltanto il mondo come ancelle della vita mortale e della natura. Ma Lui è l'eternità." Dopo aver ascoltato queste parole la morte sconfitta nell'orgoglio se ne andò in un silenzio pieno di rancore. La vita invece tornò serenamente al suo quotidiano e paziente lavoro al servizio del Signore.







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martedì 26 novembre 2019

LETTERA A UN NON CREDENTE




Caro fratello che non credi in Dio e ti fidi solo della ragione umana, quando dico che Cristo è la Verità non pretendo che tu creda alle mie parole, spero solo che tu creda alle parole di Colui che è venuto nel mondo per la nostra felicità. Dimmi, tu che invochi la forza della ragione trovi forse qualcosa di non ragionevole nelle parole di Cristo? Ti sembra irrazionale invitare gli uomini ad amarsi, esortare le creature ferite a praticare il perdono escludendo il pensiero della rivalsa e della vendetta? Quando gli scribi e i farisei provocavano Gesù con domande insidiose Egli dava sempre risposte precise, acute e illuminanti alle quali era impossibile replicare. Caro amico che non credi in Dio e tanto meno nel Suo Figlio unigenito, ti ricordo che gli unici ad accusare Gesù di essere un impostore erano coloro che lo odiavano. Prima ti ho chiesto di trovare qualcosa di insensato nelle Sue parole, adesso ti chiedo: “Trovi forse qualcosa di sbagliato in ciò che Egli predica?". Magari seguendo la logica del mondo troverai che Egli insegna cose folli e impraticabili, soprattutto quando invita ad amare chi ci odia, a benedire chi ci maledice e a perdonare ogni cattiva azione subita. Gesù di Nazareth è la prova che esiste una strada davvero nuova da percorrere, esiste qualcosa che su questa Terra non è stato ancora sperimentato. Lo scetticismo nei confronti della Fede cristiana e della divinità di Gesù nasconde l’incapacità o la scarsa volontà della maggior parte degli uomini di mettere in pratica le parole di un così sublime Maestro, la paura di intraprendere il nuovo cammino da Lui indicato. Grande e salvifico è l’amore che Egli predica. Seguire Gesù è difficilissimo per tutti, anche per coloro che già credono in Lui e lo amano. E questo fatto dimostra molte cose. Pensaci, mio caro amico.




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domenica 10 novembre 2019

PIANTO PER L'EUROPA




Il 9 novembre appena trascorso abbiamo celebrato i trent'anni dall'abbattimento del muro di Berlino. Molte vite sono dovute cadere per far innalzare quel muro che ha spezzato in due non solo la dignità di un popolo, ma di un intero continente. Tante altre ne sono dovute cadere per poterlo abbattere. Ricordo che questo evento fu salutato con gioia e speranza dal popolo tedesco e da tutti i popoli europei. Fu interpretato come segno di svolta, di rinnovamento, di riscatto, al punto che l'immagine di un muro che divide le persone e che crolla sotto i colpi di uno spirito nuovo è diventata addirittura proverbiale. Ma è davvero tutt'oro quel che riluce? L'abbattimento del muro non è giunto del tutto inatteso. Esso è stato il preannuncio dell'imminente fine dell'impero sovietico. Quello che sarebbe stato impensabile qualche anno prima, in piena guerra fredda, è diventato realizzabile con la fine delle tensioni tra Est e Ovest. Dunque l'abbattimento del muro di Berlino non è stato uno spontaneo e naturale atto di ribellione contro l'ingiustizia di un mondo spaccato in due, non è stato frutto di un anelito collettivo di libertà ma solo la conseguenza di una trasformazione politica in atto. In realtà è stato l'occidente trionfante ad abbattere il muro per anticipare una vittoria che stava già maturando nelle stanze del potere. Ma che cosa è cambiato per gli europei? Devo dire che sono molto pessimista sulla tanto invocata unità del nostro martoriato continente, e adesso mi esprimerò con un linguaggio molto più schietto e severo. Gli europei si sono scannati per secoli. La loro ottusa consuetudine a farsi la guerra si perde davvero nella notte dei tempi. Non dimentichiamo che sono stati loro a provocare ben due catastrofiche guerre mondiali, ineguagliabili cataclismi bellici che hanno avuto il loro epicentro nel continente europeo prima di coinvolgere il resto del mondo. Abbiamo colonizzato buona parte dell'Africa e dell'Asia, e ancora prima abbiamo sterminato i popoli autoctoni del Sudamerica, lì dove oggi si parla spagnolo, una lingua europea. Nell'America del nord abbiamo falcidiato le tribù pellerossa confinandone i pochi superstiti in riserve come se fossero animali in estinzione. Oggi lì si parla inglese, una lingua europea. Insomma abbiamo rotto le scatole a mezzo mondo lasciando ovunque una scia di sangue e il suono dei nostri idiomi. Devo constatare che se gli europei non si fanno la guerra dal 1945 non è perché siano cresciuti, ma perché siamo controllati dalla presenza militare degli Stati Uniti. Sono sicuro che se domattina gli Stati Uniti dovessero annunciare di voler sciogliere la Nato e di togliere tutte le basi dall'Europa lasciandoci liberi di seguire il nostro destino, i motori dei carri armati e di tutta la macchina bellica europea comincerebbero a scaldarsi di nuovo. Ciò che è accaduto nella ex Jugoslavia dal 1991 accadrebbe in tutto il continente. Perché scoppiò la guerra in Jugoslavia? Perché la Jugoslavia era un Paese libero, non allineato, non più sotto l'influenza politica dell'Unione Sovietica e senza alcuna presenza militare da parte degli Stati Uniti. Dunque il nostro sfortunato e dannato continente è stato capace di far tuonare i cannoni perfino in tempo di pace. Oggi dobbiamo sì festeggiare la caduta di un muro che ha diviso i popoli per creare un recinto protettivo intorno all'orgoglio dei potenti, ma dobbiamo anche invocare maggiore consapevolezza, maturità, coscienza affinché ancora una volta si gridi con angoscia e con un residuo briciolo di speranza, in Europa e nel resto del mondo: "MAI PIÙ LA GUERRA!"









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lunedì 24 giugno 2019

UOMINI E ANIMALI



Quando ero bambino avevo una grande passione per il mondo degli animali. Leggevo libri sull'argomento, guardavo documentari televisivi e spesso mi facevo accompagnare da mio padre al giardino zoologico la domenica mattina. Ricordo che preferivo lo zoo al Luna-Park perché lì dentro, pur nella tristezza delle gabbie e dei recinti, mi sembrava tutto più vero, più vivo. Le rutilanti giostre del Luna-Park mi annoiavano, quel mondo di plastica e cartapesta non mi affascinava per niente. Con l'inizio dell'adolescenza vi fu un cambio di prospettiva. Cominciai a leggere racconti, romanzi, e un po' alla volta la creatura umana suscitò in me un interesse sempre maggiore rispetto agli animali. In realtà la parola "creatura" non la usavo ancora poiché non avevo ancora incontrato il Signore, ma l'essere umano cominciò ad affascinarmi, un po' per l'inevitabile identificazione personale, un po' per la complessità del suo animo che apriva nuovi e insospettabili orizzonti alle mie curiosità di adolescente. Diversi anni più tardi, dopo l'incontro con il Signore e la conseguente lettura della Bibbia, ho appreso che l'uomo è la creatura prediletta da Dio, l'unica creata a Sua immagine, e che il Signore ci ha insegnato che siamo superiori alle altre creature. Questo non per farci inorgoglire, ma per ricordarci le enormi responsabilità che abbiamo nei Suoi confronti. Ho notato che l'uomo ha sempre fatto riferimento al mondo animale per rappresentare comportamenti e sentimenti che gli sono propri. Già nelle favole morali di Esopo troviamo animali saggi e parlanti. Nel mondo dei fumetti appaiono animali che rispecchiano tutti i difetti e i pregi del comportamento umano. Topolino, la sublimazione dell'animale più inviso all'uomo, il topo, diviene un infallibile investigatore. Paperino è nella sua simpatia lo specchio dell'uomo perdente e perseguitato dalla malasorte e dal potere del capitalismo (zio Paperone) che lo sfrutta come uno schiavo. E poi nel cinema l'uomo ha proiettato nelle diverse specie animali le sue paure e forse anche la sua aggressività repressa. King Kong, un mostruoso e gigantesco gorilla che non ha eguali per dimensione ed irascibilità, incarna la furia vendicativa e pluriomicida di una natura che non si lascia addomesticare e semina panico e distruzione in una metropoli ultramoderna e fragile. E poi ancora la serie marittima dello "Squalo" che amputa arti agli inermi bagnanti, e ancora l'"Orca assassina", "Grizzly l'orso che uccide", "Tentacoli" che esalta le gesta di un polpo quasi mitologico, per non tacere degli "Uccelli" di Hitchcock che addirittura si organizzano in un insieme compatto e coeso, un vero e proprio esercito che mira all'annientamento dei poveri esseri umani (esattamente il contrario di quanto avviene nella realtà, dove è l'attività venatoria dell'uomo a fare strage di volatili). Ultimamente, leggendo i post pubblicati dagli utenti dei social, si riscontra un esasperato amore per cani e gatti con affermazioni del tipo: "Lui è più buono degli umani" "Un cane non ti tradirà mai" "Lui è l'amore della mia vita" "Bastardi sono gli uomini" etc. etc. Non ho mai condiviso la filosofia del "Più conosco gli uomini e più amo le bestie", perché sono convinto che il primo dovere di ogni uomo è quello di amare innanzitutto i suoi simili. Gli animali sono anch'essi degni di rispetto e amore in quanto creature di Dio, ma chi non è capace di amare l'uomo, dunque un suo fratello, non è capace di amare niente e nessuno. Non credo nella bontà d'animo di chi esibisce sdolcinate coccole nei confronti di un gatto e poi scrive frasi di fuoco contro i fratelli umani. Ho l'impressione che il parossistico amore per gli animali, ai quali oggigiorno vengono riservate anche tombe con tanto di lapidi e fotografie in cimiteri dedicati, serva solo a compensare l'incapacità o la paura che hanno molte persone di amare il prossimo. Un prossimo nel quale non riescono più nemmeno a identificarsi.


P. S. Ho pubblicato questo post il 24 giugno scorso. È di questi giorni la tragica notizia di un domatore, Ettore Weber, che è stato sbranato da un gruppo di tigri durante le prove del suo numero. Aggiungo questa piccola appendice al post per dimostrare quanto ho già scritto. Leggendo sul social network Facebook i commenti che molti utenti hanno lasciato circa il suddetto tragico episodio, qualsiasi persona, ma soprattutto qualsiasi "vero" cristiano non può che sentirsi accapponare la pelle. Molti augurano al domatore di andare all'inferno, e molti altri citano passi del Vangelo in cui Gesù avrebbe difeso gli animali, passi del tutto inesistenti. Ancora una volta ribadisco quanto già affermato: chi trasuda odio da ogni poro, chi non è capace di provare sentimenti di amore e di perdono verso l'uomo, ovvero verso un suo simile, non è capace di amare niente e nessuno. Nemmeno gli animali. (6 luglio 2019)



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domenica 19 maggio 2019

LA PARABOLA DEL FIGLIOL PRODIGO


         
Dedico questo breve episodio di vita familiare a coloro che si commuovono nell'ascoltare le parole del Vangelo ma non riescono a riconoscerne il senso in ciò che accade nella vita di tutti i giorni.
Un uomo molto pio tornò a casa una sera dopo il consueto incontro in parrocchia con gli altri fedeli. Quel pomeriggio avevano commentato la parabola del figliol prodigo. Ogni volta in cui ascoltava o rileggeva la famosa parabola egli tratteneva a stento le lacrime. Le sagge parole che il padre rivolgeva al figlio così roso dall'invidia e dal dispetto nei confronti del fratello scialacquatore e dissoluto, lo commuovevano ogni volta come se fosse la prima. Anche durante l'incontro in parrocchia aveva espresso il suo sentimento di gratitudine a Gesù per averci lasciato questa meravigliosa e significativa parabola, che basterebbe da sola a convertire un cuore lontano da Dio. L'unico cruccio nella vita di quell'uomo così pio consisteva nell’avere accanto a sé una moglie non credente. Ella non riusciva in alcun modo a condividere il fervore religioso del marito. Tante volte lui l'aveva invitata a partecipare agli incontri in parrocchia ma lei si era sempre rifiutata. Nonostante ciò le parlava spesso del Vangelo e di ciò che aveva imparato dalle Sacre Scritture. Anche quella sera, mettendosi a tavola per la cena, l'uomo spiegò quali profondi e sempre nuovi significati si nascondono nella parabola del figliol prodigo. La moglie era sempre disponibile all'ascolto perché amava il marito e non voleva ferirlo. Quella sera tuttavia, mentre cenavano e guardavano la televisione, ella fu costretta ad interrompere il fervoroso discorso che il marito stava facendo perché qualcosa aveva improvvisamente attirato la sua attenzione. In televisione stavano trasmettendo un programma d'intrattenimento nel quale, tra i vari ospiti, c'era un famoso cantante del passato che non calcava più le scene ormai da molti anni. Il famoso cantante, afflitto da seri problemi economici, aveva deciso di presentarsi davanti alle telecamere per fare un pubblico appello. Il suo volto in primo piano sullo schermo rivelava una condizione assai triste. La donna fece notare al marito quanto fosse invecchiato e che aspetto patetico e penoso aveva adesso quell’uomo, completamente diverso da quando era sulla cresta dell'onda e vendeva milioni di dischi. Lui prese il telecomando e alzò il volume per sentire meglio. Il vecchio cantante stava raccontando con molta tristezza le vicissitudini della sua esistenza e del suo declino come artista. Diceva di aver avuto tutto quello che un uomo può desiderare: soldi, successo, belle donne. Adesso però se la passava assai male, era pieno di debiti, e a causa di una cattiva gestione del proprio denaro e di false amicizie che l'avevano tradito si era ritrovato solo, povero e disperato. Era andato dunque in televisione per fare una pubblica richiesta di aiuto e per chiedere un sussidio allo Stato, considerate le sue precarie condizioni economiche che gli impedivano di avere una vita dignitosa. Il marito, sentite le parole del cantante caduto in disgrazia, non poté fare a meno di commentare stizzito: "Ma tu guarda un po' questo. Certo che ci vuole una bella faccia tosta. C'è tantissima gente che a stento riesce ad arrivare a fine mese e vive comunque con dignità senza aver bisogno di fare pubblici appelli in televisione. Poteva pensarci prima, quando aveva tanti soldi, gloria e belle donne, invece di ridursi a implorare in televisione un aiuto dallo Stato. Io lavoro da tanti anni e mi ci vorrebbero tre o quattro vite per accumulare tutta la ricchezza che lui possedeva e che ha sperperato irresponsabilmente". Quando ebbe finito di parlare si accorse che la moglie lo fissava." Che cosa c'è - le chiese - non sei d'accordo con me? Ho detto qualcosa di sbagliato?". Lei sorrise divertita e poi disse: "Sai, mi ricordi qualcuno". "Ti ricordo qualcuno? E chi? " domandò incuriosito. "Mi ricordi il fratello del figliol prodigo". Il marito la guardò stupito. "Vedi - continuò lei - io non sono credente ma tu mi hai parlato tante volte di questa parabola e alla fine qualcosa l'ho imparata anch'io. Il fratello del figliol prodigo, tornato dai campi vede che suo padre sta dando una festa in onore del figlio scapestrato il quale, dopo aver dissipato tutta la sua parte di eredità, torna a casa disperato e povero. E che cosa dice il fratello più saggio, più assennato, colui che è rimasto accanto al padre a spezzarsi la schiena per lavorare la terra? Dice che lui si è comportato sempre bene, non lo ha mai abbandonato, ha lavorato duramente senza tuttavia ricevere mai alcuna attenzione particolare dal genitore. Quell'altro invece, che ha sperperato tutto in donne e vizi adesso pretende pietà e considerazione. Tu hai parlato poco fa esattamente come lui e nemmeno te ne sei accorto". Il marito rimase in silenzio. Si sentì mortificato da queste parole e lei se ne accorse. Aggiunse dunque con dolcezza: "Scusa, non volevo giudicarti, ho solo espresso il mio pensiero." L'uomo capì invece che la moglie aveva detto delle cose giustissime e sacrosante. Egli non era stato capace di provare misericordia nei confronti di un uomo caduto in disgrazia e lo aveva giudicato secondo la logica del mondo, che non è la logica di Dio. Si accorse dunque che le parole di sua moglie erano state suggerite dal Signore, affinché egli comprendesse il grave errore che aveva commesso come cristiano nel non provare misericordia verso un fratello disperato.
Troppo spesso la saggezza che ci viene dal mondo impedisce al nostro cuore di provare pietà verso i fratelli che sbagliando hanno causato la propria rovina. Ci sentiamo in diritto di giudicare con severità i loro errori invece di comprenderli e di perdonarli. E' questo che Gesù ha voluto insegnarci con la parabola del figliol prodigo.
 


    
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lunedì 6 maggio 2019

LE VERITÀ NEGATE



Oggi, più che in ogni altro tempo, vi è l'urgenza di ristabilire e riaffermare le verità che tutti abbiamo sempre conosciuto ma che il mondo si sta sforzando di negare. Si ha la sensazione di dover ricordare a tutti che il sole brilla alto nel cielo, che la notte segue al giorno e che il mare bagna la Terra. E così urge il dovere di ricordare a tutti che per un bambino ci vogliono un padre e una madre, che le guerre non bisogna farle, che le armi non bisogna fabbricarle e che per essere felici dobbiamo evitare le scelte che ci rendono infelici. Tutto ovvio, scontato, banale. Eppure sembra che una strana corrente sotterranea, strisciante, subdola come un vento sottile e malefico che entra nei pensieri stia riuscendo a rimettere in discussione perfino le cose più banali del mondo. Le evidenze non sono più evidenze ma principi superati; i valori sono convinzioni antiche da cambiare; la follia diventa plausibile normalità. Il bersaglio preferito di questa "revisione" modernista di principi e valori, per chi non se ne fosse ancora accorto, è il messaggio di Cristo, è la Croce, è la Fede cristiana. Essa non viene colpita soltanto con cieca e sanguinaria violenza lì dove i cristiani sono in minoranza, bensì viene considerata quasi una vergogna da additare ed emarginare anche lì dove i cristiani sono ufficialmente la maggioranza. Papa Francesco ha detto che non bisogna essere "cristiani tiepidi". Al giorno d'oggi, per paura di essere accusati di fanatismo ed intolleranza i cristiani stanno diventando addirittura "gelidi". L'ostilità al Crocifisso, anche se per il momento manifestata solo a parole, sta diventando così ordinaria da convincere perfino quelli che non si erano mai interessati all'argomento. E così parlare del Vangelo e mostrare il Crocifisso fa scandalo perché significa non rispettare le altre religioni. È un po' come se mi venisse proibito di parlare della donna che amo e di mostrare con gioia la sua fotografia perché questo potrebbe risultare offensivo per le altre donne. Dire che Cristo è la Verità sta diventando addirittura pericoloso, al punto che molti cristiani stanno cominciando a sostenere che l'importante è amare ed essere buoni indipendentemente dal proprio credo religioso. Prudenza? Saggezza? Paura? Come sostenevo all'inizio bisogna riaffermare e ristabilire tante verità a cui eravamo stati abituati fin da piccoli, verità che facevano parte della nostra morale e del nostro spirito, del nostro patrimonio individuale e collettivo, della nostra memoria, della nostra vita. I bambini hanno bisogno di un padre e di una madre, le guerre non bisogna mai farle, il sole brilla alto nel cielo. Cristo è VIA, VERITÀ E VITA.





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domenica 5 maggio 2019

UNA CROCE ROSSA... DI SANGUE



Al consueto modo di dire "Sparare sulla Croce Rossa" per indicare chi colpisce qualcuno che non ha la possibilità di difendersi si dovrebbe sostituire oggi il più attuale "Sparare sulla Croce di Cristo". Sparare su quella Croce che non sa né offendere né difendersi perché è stata innalzata soltanto per amare. Sparare su quella Croce che dà ancora scandalo perché la Luce e l'amore che è capace di irradiare fanno paura. In un mondo nel quale gli uomini tengono abitualmente alta la guardia stringendo minacciosamente i pugni verso il fratello, il Signore allarga ancora le braccia perché è disposto ad accettare tutto pur di non rinunciare al Suo Amore verso l'umanità. Ciononostante su quella Croce si continua ancora a sparare con le armi e con le parole. Su quella Croce ancora oggi rossa. Rossa di sangue.








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lunedì 15 aprile 2019

DAVANTI A UNA CHIESA IN FIAMME




Davanti a una chiesa in fiamme per imprevista sciagura o per volontà umana, bisognerebbe sempre inginocchiarsi e pregare come stanno facendo i parigini in queste ore mentre la cattedrale di Notre Dame sta bruciando. Solo una domanda voglio pormi: è possibile che debba bruciare una chiesa per far ardere il fuoco della preghiera nelle persone? Il mio augurio è che nella nostra Europa torni ad avvampare un fuoco che non distrugge ma edifica i cuori. Il fuoco della Fede.









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giovedì 11 aprile 2019

IL CARPENTIERE FIGLIO DI MARIA




"Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria?"  (Mc. 6, 3)

Lo stupore dei concittadini di Gesù che riconoscevano in Lui semplicemente una persona come tutte le altre deve suggerirci due riflessioni. La prima è che la Luce divina è presente in ogni uomo, non è un tesoro lontano e irraggiungibile. L'esperienza terrena di Gesù, Verbo Incarnato, Messia atteso dal popolo d'Israele e Salvatore del mondo vuole insegnarci questa fondamentale Verità: ogni uomo è stato creato a immagine di Dio, ogni uomo appartiene a Dio. E Gesù, che è l'incarnazione del Verbo, per rendere concreta ed esplicita questa Verità è venuto sulla Terra nel più semplice e naturale dei modi: dal grembo di una donna che ha patito i dolori del parto. Il mondo tuttavia fu inospitale nei confronti di questo lieto e sacro evento e Maria dovette deporre il neonato Gesù in una mangiatoia. E così da una mangiatoia l'Emmanuele preannunciato dal profeta cominciò ad irradiare la Sua Luce divina che dissipa le tenebre, e dal legno di una Croce donò salvezza all'intera umanità. Una greppia diventa fonte di Luce, una croce è fonte di salvezza, e una mensa condivisa con i discepoli si trasforma nel miracolo perpetuo dell'Eucaristia. Tutta l'esistenza di Gesù è un lavoro paziente e faticoso, un vivere in mezzo a cose semplici e terrene che fanno di Lui il più mite e solerte uomo della Terra. Un esempio in fondo non difficile da seguire per chiunque abbia il coraggio di essere umile. Ecco dunque la seconda riflessione suscitata dallo stupore di coloro che videro in Lui nient'altro che il "carpentiere figlio di Maria". La Fede cristiana, per chiunque l'abbracci e la segua, richiede un lavoro certosino di apprendistato spirituale. Proprio come un carpentiere o un falegname svolgono pazientemente la loro quotidiana attività. Essi costruiscono, modellano. E così il cristiano modella e costruisce la sua Fede giorno per giorno, senza pretendere momenti solenni, eclatanti trionfi, squilli di tromba. Il cristiano lavora in semplicità perché così ha lavorato Gesù. Una semplicità che scava nell'animo e rimodella i cuori.










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domenica 24 marzo 2019

È COLPA DELLA CHIESA?




Al giorno d’oggi si tende a giustificare la scarsa partecipazione dei fedeli alla Messa cercandone la causa negli scandali e negli errori di cui la Chiesa si è resa responsabile. La spiegazione più ricorrente è: “La Chiesa è sempre meno coerente col messaggio evangelico”. Ancora la vecchia scusa, ancora la storia della volpe che non riesce a raggiungere l’uva e dice che l’uva non è buona. Molti fedeli, distratti forse da obiettivi più mondani e allettanti, non riescono più a stabilire un serio legame spirituale con quello che la Chiesa proclama e che l’Eucaristia celebra. Questa pigrizia genera in molti individui un’invincibile avversione verso tutto ciò che riguarda l’aspetto rituale della Fede e la sua ripetizione quotidiana o domenicale. Si comincia col dire: “Sono cattolico ma non praticante”, per poi affermare: “Sono cristiano ma non cattolico”, e proseguire poi con “Io credo in Dio ma non nella Chiesa perché la Chiesa è gestita da uomini". Infine si sfocia nella deriva relativista di coloro che affermano con orgoglio: “Decido io in cosa credere. Il Dio in cui credo non è quello della Chiesa e della Bibbia. Io non accetto regole!”. Invece di capire quale deficienza interiore possa condurre a una simile autarchia, a un simile rifiuto della dimensione liturgica e comunitaria che ci invita a condividere la preghiera, l’ascolto della Parola e la gioia del Banchetto Eucaristico, gli insofferenti individualisti accusano la Chiesa di averli scandalizzati al punto da suscitare in loro un legittimo rifiuto e un desiderio di fuga. Se a costoro, come ad altri fedeli "scandalizzati", sono bastati gli errori della Chiesa per non partecipare più alla Santa Messa, vuol dire che la loro Fede non era autentica e aspettava un pretesto qualsiasi per rivelare la sua vera faccia.






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lunedì 4 marzo 2019

IL PICCOLO YESHUA



Era mattina a Gerusalemme, e alcuni bambini stavano giocando quando delle forti grida li attirarono. Interruppero i loro giochi e corsero tutti insieme a vedere che cosa stava accadendo. Si trovarono di fronte a un muro di persone che strepitavano e inveivano contro qualcuno che stava passando sulla via, ma non riuscivano a vedere chi fosse. Spinti dalla forte curiosità si infilarono in mezzo ai piedi dei grandi per vedere meglio. Videro i soldati romani che procedevano assestando duri passi sulla terra e sollevando tanta polvere. Quegli uomini il cui passo era appesantito da robuste armature procedevano urlando alla folla di farsi da parte. In mezzo ai soldati c'era un uomo con le vesti sporche di sangue, che avanzava curvo sotto il peso di due grosse travi di legno incrociate. La polvere non lasciava distinguere bene il suo volto. Uno dei bambini, Yeshua, il più audace e curioso di tutti, sgattaiolò tra i piedi degli adulti e si spinse più in là per avvicinarsi e guardare meglio. Riconobbe colui del quale tutti parlavano con insistenza da diversi giorni. Veniva da Nazareth e parlava di amore e di pace. Aveva rimproverato chi tratta male i bambini perché lui li amava. "Ma come mai - si domandò Yeshua - quando è entrato in città lo hanno accolto con tanto entusiasmo e oggi invece lo trattano così?". Ricordava con gioia il suo trionfale ingresso in Gerusalemme tra la folla che lo acclamava come un re. Anche suo padre e sua madre erano andati ad accoglierlo agitando festosamente rami di palma. Gli era sembrato tutto così bello! E adesso invece, che tristezza vederlo avanzare a fatica sotto il peso di due enormi travi di legno, umiliato e deriso, insultato e odiato anche da coloro che lo avevano osannato. A un tratto l'uomo cadde con la faccia nella polvere e i soldati lo costrinsero a rialzarsi strattonandolo e prendendolo a calci. Yeshua provò una gran pena per lui. Avrebbe voluto essere già grande per aiutarlo a rialzarsi. Quello straniero gli era simpatico perché non aveva fatto del male a nessuno e anche perché portava il suo stesso nome. "Un nome importante! - diceva sempre sua madre - Sai che cosa vuol dire il nome che io e tuo padre ti abbiamo dato? Che tu sei protetto dal nostro Dio, un Dio che salva! ". Con grande coraggio il piccolo superò la fila dei soldati e si avvicinò all'uomo che reggeva la croce, al punto che poteva quasi toccarlo. Ricurvo e gemente per il dolore, il poverino avanzava sotto il peso di quel legno infame e investito da spaventose ingiurie che gli piovevano addosso da ogni lato. Aveva i capelli bagnati di sangue e sudore. Come se avesse letto nel cuore del bambino il desiderio di guardarlo in volto, il condannato si fermò per riprendere fiato e diresse lo sguardo stanco e sofferente su di lui. Il piccolo Yeshua poté finalmente osservarlo con attenzione. Gli occhi erano socchiusi come candele che stanno per spegnersi. Il volto era gonfio e ferito, deturpato da chissà quante percosse inferte senza pietà. Rivoli di sangue scorrevano nei capelli e sulla barba a causa di un casco di rovi spinosi che gli era stato posto sul capo. Il piccolo rimase impressionato dallo spettacolo di tanta cattiveria, ma soprattutto dalla incredibile capacità che aveva quell'uomo di subirla senza reagire. Mentre continuava a fissarlo sbalordito l'uomo gli sorrise disgiungendo appena le labbra tumefatte e guardò il piccolo con grande amore. Un soldato gridò a Yeshua di allontanarsi e poi riprese a urlare verso il condannato per incitarlo brutalmente a proseguire. Con la poca forza che ancora aveva l'uomo strinse tra le mani il legno della croce, che era la sua condanna, e riprese a camminare scortato dai soldati che lo conducevano alla collina del Golgota tra le risa e gli insulti della gente. All'improvviso Yeshua si sentì afferrare la mano da qualcuno. Era il padre che lo stava cercando con grande ansia. "Sì può sapere che cosa ci fai qui? Non stavi giocando con i tuoi compagni? Andiamo a casa! Queste non sono cose per bambini!". Il piccolo fece un po' di resistenza ma il padre lo portò via con forza lontano dalla folla per ricondurlo a casa, al sicuro. Mentre camminavano insieme l'uno accanto all'altro, senza parlare, Yeshua ogni tanto si voltava indietro pensando con tristezza alla sofferenza che tutti stavano provocando a quell'uomo così solo e sperduto in una tempesta di odio. Poi rivolse al padre la stessa domanda che aveva posto a se stesso. "Papà, ma perché pochi giorni fa quell'uomo è stato festeggiato e oggi invece lo trattano così? Che cosa ha fatto di male?". Il padre non rispose. Aveva un'espressione seria e guardava dritto davanti a sé senza mai voltarsi indietro. Il bambino aspettò un poco e poi ripeté la domanda col tono incalzante di chi esige una risposta. L'uomo sospirò e continuò a guardare davanti a sé. Poi finalmente rispose, con voce malinconica: "Ci sono cose che non puoi capire perché sei ancora troppo piccolo Yeshua. Ma forse un giorno capirai". Il bambino, sentite queste parole, espresse un desiderio. Pregò il Signore di non farlo crescere mai perché non aveva nessuna intenzione di capire ciò che al mondo sembra normale ma che a lui, pur così piccolo, era già apparsa come un'insopportabile e dolorosa ingiustizia.











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domenica 3 febbraio 2019

MAESTRO, NON SUPERSTAR




La figura di Gesù è innegabilmente affascinante, ma proprio per questo molti, forse troppi hanno giocato con Lui. Film, canzoni, libri, musical. Tutto questo, se da un lato può sembrare bello, è in realtà un modo per banalizzare, spettacolarizzare inopportunamente la persona più importante che sia mai passata in questo mondo. Per capire e sentire profondamente la Sua capitale importanza nella storia dell'uomo non dobbiamo essere noi ad usare Gesù secondo i nostri gusti e la nostra personalità. Dobbiamo lasciarci usare DA LUI ogni giorno della nostra vita ascoltando la Sua Parola e mettendola in pratica per servire la Verità. 




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sabato 26 gennaio 2019

ABORTO: IL RIFIUTO DELLA VITA



Esistono due modi per rifiutare il dono della vita: il primo è suicidarsi, il secondo è abortire. Ma nel secondo caso abbiamo detto "No" al posto di un altro.






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domenica 20 gennaio 2019

CAVOLI E CICOGNE



Ricordo che da bambini, quando ancora ignoravamo come realmente venissero concepiti e come nascessero i figli, per evitare l'imbarazzo di dire la verità gli adulti ci fornivano le più curiose e fantasiose spiegazioni. La più famosa di tutte è quella della cicogna che arriva in volo portando il neonato. Oppure circolava l'altra (molto meno poetica) del bambino che nasce sotto un cavolo. Poi un giorno abbiamo scoperto che sono stati i nostri genitori e il loro amore a consentirci di venire alla luce e dunque cavoli e cicogne non c'entrano nulla. Le persone che rifiutano l'idea di un Creatore ovvero di qualcuno che ha consentito ad ogni essere vivente di esserci e di amare, è come se credessero che tutto esista spontaneamente, senza una precisa e superiore volontà, senza una causa suprema. Per loro non c'è alcuna fonte primaria da cui origina il tutto e grazie alla quale l'esistenza di ogni creatura acquista un senso. Le cose e le persone esistono e basta. Esse sarebbero frutto di una continua evoluzione. Ma riguardo a come tutto sia cominciato c'è nella loro tesi una lacuna incolmabile. Essi contemplano l'effetto ma non la causa. Ecco perché ho parlato all'inizio delle nostre ingenuità infantili. In fin dei conti coloro che non credono nell'esistenza di un Creatore e pensano che tutto si sia creato spontaneamente è come se credessero alla storia della cicogna e del cavolo.


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domenica 13 gennaio 2019

CARPE DIEM: COGLI L'ATTIMO CHE IL SIGNORE TI HA DONATO


C'era una volta un uomo che si lamentava continuamente della propria vita perché la trovava piena di seccature, di affanni, di angosciosi problemi e di gravose responsabilità. Per questo motivo egli coltivava nel cuore un desiderio irrealizzabile: tornare bambino per rivivere anche un solo giorno della sua infanzia, almeno un giorno senza fastidiose incombenze e assillanti doveri, un giorno che gli restituisse la beata e felice spensieratezza di quell'età piena di sogni e di innocenza. Una sera, più nervoso e amareggiato del solito, decise finalmente di rivolgersi a Dio per implorare la realizzazione di quel desiderio impossibile: "Signore, ti prego, fammi ritornare bambino! Fammi scappare almeno un giorno da questa età così penosa e carica soltanto di noie e di dispiaceri, allontanami da questo presente che non mi piace proprio per niente!" Il Signore volle accontentarlo e gli disse: "Tu hai espresso un solo desiderio ma io ti aiuterò a realizzarne due". Detto ciò lo fece tornare indietro di molti anni e scelse un giorno particolare dell'infanzia di quell'uomo: il giorno in cui egli, rimproverato e messo in castigo dai genitori per aver preso un brutto voto a scuola, aveva pregato tra le lacrime il Signore di farlo diventare subito grande. 


 


 



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mercoledì 26 dicembre 2018

LA NOTTE IN CUI ANDREA SCOPRÌ LA VERITÀ




Il piccolo Andrea aveva sette anni. Anche quell'anno, aiutato dai genitori, aveva scritto la sua brava letterina a Babbo Natale. La sera del 24, dopo aver deposto il Bambino Gesù nella mangiatoia, si ritirò nella sua cameretta dove dormiva insieme al fratellino più piccolo. I suoi genitori lo avevano abituato ad aspettare la mattina di Natale per aprire i doni, così l'emozione dell'attesa durava più a lungo. Dopo aver dato la buona notte alla mamma e al papà si infilò in gran fretta sotto le coperte e rimase in trepida attesa. Per quanto si sforzasse, quella notte non riusciva ad addormentarsi. Un'insolita trepidazione lo agitava impedendogli di aspettare il mattino per l'apertura dei regali. Dopo circa un quarto d'ora si alzò e scese dal letto in punta di piedi. Controllò prima che il fratellino dormisse tranquillo, poi si avvicinò alla porta della cameretta e la aprì piano piano, sbirciando fuori nel corridoio e mettendosi in ascolto. Vedeva sulla parete il riflesso multicolore dell'albero in salotto e sentì dei rumori. Sentì i passi lenti di qualcuno che trascinava un grosso pacco sul pavimento, poi un fruscio di carte e dei leggerissimi bisbigli. Doveva essere arrivato Babbo Natale! Preso da una forte curiosità uscì dalla sua cameretta perché voleva vedere che aspetto avesse. Attraversò con passo lieve il corridoio mentre il cuoricino gli batteva forte. Ebbe anche paura. Che cosa avrebbe detto a Babbo Natale se lo avesse avuto di fronte? E Babbo Natale si sarebbe arrabbiato nel vederlo in piedi a curiosare mentre lui sistemava i doni? Nonostante queste piccole preoccupazioni proseguì nella sua missione esplorativa e si spinse fin quasi all'ingresso del salotto. Uno strano rumore, come un viavai di più persone lo meravigliava. Ma quanti regali aveva portato quella notte Babbo Natale? Quanto tempo ci metteva per sistemarli sotto l'albero? E perché sentiva passi di più persone? Forse aveva portato con sé un aiutante, magari uno degli elfi che lavoravano al suo servizio. Sempre facendo strane congetture arrivò col fiato sospeso all'ingresso del salotto. Si sporse un poco oltre il bordo dell'uscio e vide...Si stropicciò gli occhi e poi li spalancò. Erano i suoi genitori! Erano proprio i suoi genitori che nella penombra colorata stavano piazzando con cura i pacchi che sembravano risplendere di mille colori sgargianti sotto le luci dell'albero. Investito da una forte disillusione tornò di corsa nella sua cameretta e andò a nascondersi sotto le coperte. Poi mise la testa sotto il cuscino e cominciò a piangere. Si sentiva tradito, imbrogliato. I suoi genitori l'avevano ingannato. Babbo Natale non esiste, per anni gli avevano raccontato solo una bugia! E lui che ogni anno gli scriveva una letterina piena di desideri. Tutto un imbroglio! Mentre singhiozzava con la faccia bagnata di lacrime sotto il cuscino sentì una mano toccargli la spalla. Poi udì una voce che lo chiamava dolcemente: "Andrea! Andrea! Non piangere". Scostò il cuscino e si voltò per vedere chi lo stava chiamando. Con gli occhi gonfi e pieni di lacrime non riusciva a distinguere bene nella penombra, ma vide un uomo che stava chinato su di lui. Un uomo con la barba lunga e lo sguardo dolce.
"Non piangere Andrea, i tuoi genitori ti amano". Disse l'uomo con una voce calda e profonda. I suoi occhi quasi brillavano nel buio. Andrea si sporse verso di lui. Una strana luce circondava quell'uomo. "Ma chi sei?" domandò Andrea. L'uomo gli sorrise e rispose: "Non mi riconosci?". Andrea disse: "Sei Babbo Natale?". L'altro sorrise teneramente e rispose: "No, non lo sono. Sei sicuro di non avermi mai visto?". Andrea rifletté un poco, e all'improvviso ricordò un ritratto ovale che si trovava sulla parete nella camera da letto dei genitori. Il ritratto mostrava un volto simile a quello dell'uomo che gli era davanti. "Ma tu sei... Gesù! ". L'uomo annuì dolcemente. Ogni sera tu mi chiami pregando e io vengo da te, nella tua stanza, ad abbracciarti". "Ma io non ti ho mai visto!" ribatté Andrea. "Mi ha visto il tuo cuore - rispose Gesù - Ogni sera vengo a dare il bacio della buonanotte a te e al tuo fratellino. Andrea lo guardava incantato. "I tuoi genitori ti vogliono un gran bene Andrea". "Ma loro due mi hanno sempre raccontato una bugia - obiettò il piccolo - Eppure mi hanno sempre insegnato a dire la verità! Quelle lettere che ho scritto non le ha mai lette nessuno!". Gesù sollevò una mano. Tra le dita reggeva l'ultima letterina che Andrea aveva scritto a Babbo Natale. Andrea guardò la sua lettera spalancando gli occhi sbigottito. " Tutti i bambini del mondo scrivono a Babbo Natale ma le loro lettere le leggo io e ispiro il cuore dei loro genitori. Anche la tua è giunta a me, e io faccio sempre in modo da realizzare i sogni dei miei piccoli. Se mi chiamerai quando avrai un sogno da realizzare verrò subito per aiutarti a farlo diventare realtà. Quando crescerai avrai desideri più importanti e più grandi, e io ci sarò sempre. Ma devi promettermi di volermi bene e di non dimenticarmi mai qualsiasi cosa accada. Me lo prometti?". Andrea era ormai senza parole. Riuscì a sussurrare soltanto un timido  "Sì". Gesù gli accarezzò lievemente una guancia. Poi si sollevò in piedi e si avvicinò al letto del fratellino. Diede una carezza affettuosa anche a lui. Infine si voltò verso Andrea, lo salutò sollevando una mano e disparve nel buio. Si dileguò anche il bagliore irreale che aveva portato con sé. La cameretta ripiombò nella fitta penombra della notte. Brillavano soltanto le lucine colorate dell'alberello di Natale che vegliava in un angolo. Dopo qualche minuto Andrea scese dal letto e s'incamminò piano verso la porta della stanza. Uscì, attraversò il corridoio ancora illuminato dalle luci dell'albero in salotto. Non si sentiva più nulla, i genitori erano andati a dormire. Andrea tornò nella sua cameretta e, infilatosi di nuovo sotto le coperte, cominciò a piangere a dirotto, ma stavolta erano lacrime di gioia. Da allora in poi sulle sue letterine non scrisse più "Caro Babbo Natale" ma cominciò a scrivere "Mio caro Gesù". Tante altre lettere scrisse a Gesù nel suo cuore quando diventò adulto, e ai figli parlò sempre di un amico che avrebbe realizzato ogni loro desiderio chiedendo in cambio soltanto amore.





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giovedì 20 dicembre 2018

NATIVITÀ



Gli eventi più sublimi possono avvenire nei luoghi più impensati. Quante donne in tutta la storia dell'umanità hanno partorito in una stalla e hanno deposto il frutto del loro amore lì dove gli animali si nutrono? E non stiamo parlando di una delle tante donne di questo mondo né di un bambino come noi. Stiamo parlando di colei che senza peccato ha partorito la Verità e di Colui che con la Sua nascita ha illuminato l'universo e la vita di ogni creatura! Quale evento poteva essere più luminoso, sublime ed ineguagliabile della nascita di Nostro Signore Gesù Cristo? Eppure tutto è avvenuto nel luogo più lontano possibile dalla grazia del calore familiare, dell'intimità raccolta di una casa, di una stanza da letto, di un talamo che accoglie i due sposi e la nuova vita che essi donano al Cielo. Se quella notte a Betlemme vi fosse stato un luogo ancora più disagevole e inadatto per un nascituro il Signore lo avrebbe scelto, perché così vuol far capire a tutti noi come nasce la vera Gloria. Nasce lì dove lo sguardo superbo degli uomini non ritiene degno guardare, tra le cose piccole e trascurate, abbandonate, rifiutate. Lì dove per guardare bisogna usare gli occhi del cuore. E così il minuscolo granello di senape diventa albero, gli ultimi diventano i primi, i più piccoli diventano i più grandi nel Regno dei Cieli. E chi non avrà servito ed amato gli ultimi troverà chiusa la porta di un Regno che è riservato a loro e a chi sceglie di diventare come loro.







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lunedì 17 dicembre 2018

LA RIVOLUZIONE DI CRISTO







Che cosa hanno creduto di inventare gli uomini dell'epoca moderna? La rivoluzione contro i ricchi? Gesù lo ha già fatto dicendo che bisogna scegliere: o si serve Dio o si serve il denaro. L'emancipazione della donna? Il Vangelo la esalta nella sublime figura di Maria e nelle donne che prima degli altri capirono la grandezza del Messia. L'uguaglianza tra tutti gli uomini della Terra? Gesù l'ha sancita con notevole anticipo, ritenendo tutta l'umanità degna di accogliere il Suo messaggio e predicando un amore che travalica gli angusti confini dei legami familiari per estendersi a una fratellanza universale. La difesa dell'infanzia? Gesù magnificò la purezza dei fanciulli fino ad affermare che se non si è come loro non si entra in Paradiso. Pretese così subito davanti a tutti il dovuto rispetto nei confronti di coloro che sono semplici ma non meno preziosi degli adulti, coloro che sono digiuni di mondo ma illuminati dalla Grazia di Dio. Che cosa hanno creduto di inventare gli uomini dell'epoca moderna che Gesù non abbia già fissato in eterno con la Sua Parola?







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sabato 8 dicembre 2018

UNA CREATURA PERFETTA




"IO SONO L'IMMACOLATA CONCEZIONE" 




Il Signore non poteva scegliere una creatura macchiata dal peccato per incarnarsi ed entrare nella storia del mondo. 








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sabato 24 novembre 2018

UN'ALBA, UN TRAMONTO


Di fronte a un'alba o a un tramonto proviamo la stessa emozione e lo stesso struggimento. Questo perché un giorno che nasce ed uno che finisce portano in sé la stessa speranza di un nuovo inizio: l'alba viene dopo il tramonto, e il tramonto preannuncia una nuova alba. E così davanti a una vita che comincia e a una che finisce abbiamo la medesima aspettativa. Perché sappiamo che qualcosa di nuovo, in entrambi i casi, sta per cominciare.






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giovedì 1 novembre 2018

LA SANTITÀ NON È UN PRIVILEGIO PER POCHI



Quando la Chiesa proclama un nuovo Santo non esclude gli altri fedeli da un così alto privilegio. Nel giorno in cui siamo stati battezzati abbiamo cominciato un cammino di santificazione che si conclude soltanto alla fine della vita. La vera differenza non sussiste tra noi e i Santi che veneriamo, ma tra coloro che hanno dimostrato di essere degni del sacro vincolo di questo meraviglioso Sacramento e coloro che invece lo hanno rinnegato. Gli uomini e le donne che sono stati canonizzati dalla Chiesa hanno fatto di tutta la loro vita una naturale conseguenza dell'impegno che fu loro affidato nel giorno del Battesimo. Essi considerarono il Battesimo come un magnifico dono da contraccambiare ogni giorno. E fu innanzitutto questa riconoscenza a renderli capaci di diventare Santi.





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