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venerdì 29 maggio 2026

Pirandello

  







Per circa trent’anni sono stato un appassionato estimatore dell’opera di Luigi Pirandello, lo scrittore del più intransigente nichilismo, del relativismo portato fino alle estreme conseguenze. Lo scoprii all’età di tredici anni e me ne innamorai subito. Ho amato le sue novelle, i suoi drammi, i suoi romanzi. La mia passione era talmente forte che nell’agosto del 1984, trovandomi in Sicilia per un campeggio con amici, mi separai per un giorno intero dal gruppo per affrontare in solitudine un viaggio di ore fino alla campagna del Kaos, tra Agrigento e Porto Empedocle, dove si trova la sua casa natale e la grossa pietra che contiene l’urna con le sue ceneri. Per eccesso di passione letteraria arrivai ad eleggere Pirandello quale maestro di vita, mentore intellettuale, riferimento quasi dogmatico per un pessimismo che in me si andava radicando sempre di più. Ormai vedevo la vita con gli occhi dei suoi personaggi, in particolar modo l’Enrico IV del suo omonimo dramma. Poi un giorno, inaspettatamente, all’età di quarantadue anni il Signore si manifesta nella mia vita, e tutto cambia. Abbandonando un maestro umano e dunque fallace mi metto alla sequela di un VERO MAESTRO, l’unico maestro possibile: Gesù Cristo. Dal relativismo che negava ostinatamente ogni verità assoluta passo all’incontro con la VERITA'. In internet ho scoperto un’intervista che Pirandello rilasciò nel 1936, l’anno della sua morte. Alla fine dell’intervista egli dichiara che l’unica soluzione ai problemi posti dalle sue opere è una “soluzione cristiana”. Sono rimasto sorpreso da queste parole! Da giovane non avevo mai letto questa intervista, o forse mi era passata davanti agli occhi senza che potessi darle il giusto peso. Oggi, ormai ben radicato nella Fede cristiana, voglio rendere omaggio a colui che mi ha guidato fino a un tratto della mia vita, ma voglio soprattutto ringraziare Dio per avermi insegnato che la Verità esiste e porta il nome di Nostro Signore Gesù Cristo. Di sicuro però questo lo sapeva bene anche Pirandello, nonostante tutto quello che scriveva nei suoi libri non lo lasciasse affatto immaginare.










Copyright © Bruno Canale 2017 (Testo)

IL VERO VOLTO DEL PRINCIPE DI QUESTO MONDO (25-11-2007)


Il 25 novembre 2007, giorno in cui ricorreva la Solennità di Cristo Re dell'Universo, mentre scrivevo con una penna a sfera uno dei tanti messaggi spirituali che il Signore aveva cominciato ad inviarmi dal 10 aprile di quell'anno, avvenne un fenomeno straordinario che racconto dettagliatamente in un video su Youtube dal titolo "SCEGLIETE LA PACE, ECCO CHI VUOLE LA GUERRA (il principe di questo mondo)". Il messaggio che stavo scrivendo in cui il Signore mi parlava di un inganno del demonio è questo: "Egli vuol farti credere che le tue paure e la tua sofferenza siano le cose più importanti del mondo. Non è così. Abbi l'orgoglio di ciò che farai, non di ciò che già hai." Nel momento di scrivere la parola "mondo" la penna ebbe una strana vibrazione, e la posto della "o" finale della parola apparve un volto mostruoso, quello che potete vedere nelle immagini che seguono. Pubblico in questo post le immagini relative a quell'evento e vi invito a visionare il video cliccando sul seguente link: https://m.youtube.com/watch?v=RcMoxyOnK0E. Vi invito inoltre a visitare il mio blog "IL VERO VOLTO DEL PRINCIPE DI QUESTO MONDO VISTO DA BRUNO CRISTIANO CANALE (25-11-2007)" segnalato in alto a destra sotto l'immagine di copertina di questo blog. Quello che vedete è il volto di colui che Gesù ha chiamato nel Vangelo "il principe di questo mondo".



In questa immagine mostro il punto in cui è apparso il volto del "principe di questo mondo": al posto della "o" finale della parola "mondo". Ciò conferma la definizione che Gesù ha dato del Suo nemico. 



Un ingrandimento della parola "mondo" con il volto apparso al posto della lettera"o". 


Sulla sinistra il volto apparso nella parola "mondo", e sulla destra sono io che mostro la parola "mondo" ingrandita. 





Un ulteriore ingrandimento del volto apparso nella parola "mondo". 










BRUNO CRISTIANO CANALE
(9 aprile 2026)









Copyright ©Bruno Canale 2026 (Testo, immagini e video) 



TUTTO IL MONDO GIACE SOTTO IL POTERE DEL MALIGNO


Normalmente si parla del diavolo soltanto riguardo a condizioni ed eventi eccezionali, come nei casi di possessione demoniaca o di luoghi infestati da spiriti maligni. Tuttavia la presenza del diavolo è percepibile in molte circostanze della nostra vita individuale e collettiva. Gesù ha chiamato Satana "il principe di questo mondo" e nella prima lettera di Giovanni è scritto "Tutto il mondo giace sotto il potere del Maligno". Giuda Iscariota non poteva essere considerato un uomo posseduto dal demonio come l'indemoniato di Gerasa, eppure il Vangelo afferma che "Satana entrò in Giuda". Ecco di seguito alcuni esempi che testimoniano la chiara ed inconfutabile presenza del Maligno nel cuore e nella mente dell'uomo, anche lì dove un esorcista non riscontrerebbe un caso evidente di possessione diabolica.

IL POTERE CHE NON VIENE ESERCITATO PER AMORE E IN FAVORE DEL POPOLO È UNO STRUMENTO DEL DIAVOLO

Quanti sono stati nel corso della storia gli uomini e le donne di potere che si sono adoperati esclusivamente per rendere felici i loro popoli? Fare la guerra significa provocare la rovina di un popolo, perseguire la sua infelicità. Nei libri di storia si parla soprattutto di guerre, e questo vuol dire che i governanti delle nazioni hanno pensato innanzitutto al proprio potere e non al benessere dei popoli. Anche quando la politica mostra di avere ufficialmente come obiettivo il bene della popolazione in realtà le vere intenzioni sono quasi sempre altre. Satana tentò Gesù mostrandogli tutti i regni della Terra perché la sete di potere rientra fra le principali tentazioni del demonio.



IL DIAVOLO, PRINCIPE DI QUESTO MONDO, VUOLE LA TERZA GUERRA MONDIALE - AMATE LA PACE!

Il diavolo ha già provato per due volte nel secolo scorso a trascinare l'intera umanità nel baratro con due guerre mondiali, e ancora oggi ci sta provando con la guerra tra Russia e Ucraina ed il conflitto tra Usa, Israele e Iran che sta coinvolgendo pericolosamente anche altri Paesi del Medio Oriente ed europei. Io so che anche questa volta fallirà nel suo intento, ma noi dobbiamo incessantemente pregare per la pace nel mondo.



LA MAFIA E LA CAMORRA APPARTENGONO AL DIAVOLO - I MAFIOSI E I CAMORRISTI SONO LONTANISSIMI DA DIO!

Chiunque uccide non è degno di essere chiamato "figlio di Dio"; chiunque fa del crimine la sua regola di vita non è degno di essere chiamato "figlio di Dio". Le parole di Gesù sono adatte anche per i criminali mafiosi e camorristi quando dice: "Perché non potete dare ascolto alle mie parole, voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui." (Gv.8, 43-44). È inutile che i mafiosi e i camorristi preghino davanti alle immagini sacre quando sono nascosti nei loro bunker, perché essi fanno la volontà del diavolo! Due sacerdoti che ebbero il coraggio di combatterli furono uccisi, don Pino Puglisi nel 1993 a Palermo e don Giuseppe Diana a Casal di Principe nel 1994. Soltanto il diavolo guida la mente e il cuore dei mafiosi e dei camorristi perché essi fanno la volontà del principe di questo mondo e non la volontà di Dio! 



LA RICCHEZZA SENZA CARITÀ APPARTIENE AL DIAVOLO

Come si fa a mettersi dalla parte di Dio in un mondo in cui il denaro è il principale strumento e alimento della vita sociale e individuale? Gesù ha detto che non possiamo servire due padroni: o ci mettiamo al servizio del denaro o al servizio di Dio. Bisogna dunque trattare i soldi come una fonte di sopravvivenza e non come l'obiettivo principale della nostra vita. Anche Gesù e gli apostoli utilizzavano il denaro per sopravvivere ma c'era qualcuno in mezzo a loro che aveva fatto del denaro l'unico scopo della propria esistenza: Giuda Iscariota. In un mondo in cui il numero dei poveri sopravanza quello dei ricchi il possesso del denaro non rappresenta affatto un privilegio o un vantaggio, bensì un pericolo per chi ha scelto di servire il padrone più feroce che sia mai esistito.
"Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione." (Lc. 6, 24)



L'AMORE UNISCE A DIO, L'ODIO RENDE SCHIAVI DEL DIAVOLO

Amate, perché l'amore ci unisce a Dio; non odiate, perché l'odio ci rende schiavi del demonio. Non esiste una sola parola umana priva di amore che sia ispirata da Dio. Anche le parole più intelligenti, più scaltre, più geniali, più profonde, più colte, più originali, se non hanno nell'amore la loro sostanza non vengono da Dio ma dal Suo nemico infernale. La genialità di Dio si esprime nell'Amore, tutto il resto è soltanto un inutile rumore, un assordante fracasso che scuote la carne e l'anima. Dio è Amore, e all'infuori di questo Amore non c'è Dio. Anche quando parliamo di Dio dobbiamo vigilare, perché se non è l'amore a ispirare le nostre parole stiamo parlando in nome di qualcuno che non è Dio. 



(nelle foto potete vedere un ingrandimento del volto del demonio come mi apparve quando scrissi su un foglio la parola "mondo" il 25 novembre 2007, giorno della Solennità di Cristo Re dell'Universo)

(9 aprile 2026)



Copyright ©Bruno Canale 2026 (Testo e immagini) 

IMMAGINI DI UNA VITA




Sono nato a Napoli il 9 gennaio 1965 nella clinica "Villa del Pino" e sono stato battezzato il 10 gennaio nella cappella della clinica. 


9 gennaio 1966, il mio primo compleanno. 

 
1966, i miei primi passi. 





13 ottobre 1972

25 maggio 1974, Prima Comunione. Foto nel giardino della scuola elementare "Andrea Doria". 

25 maggio 1974, Prima Comunione nella chiesa di San Vitale a Napoli. 

1975

1975, con il mio cane Igor



3 gennaio 1976, con mia madre al circo Jumbo di Darix Togni

1976, zoo di Napoli


1983

S. Vito Lo Capo, Trapani, agosto 1984


9 gennaio 1985


Concerto in piazza San Domenico Maggiore a Napoli, 7 giugno 1985


Maggio 1986

Febbraio 1987


Con il percussionista Giovanni Imparato, 3 febbraio 1991


Provino per l'ammissione all'Università dello Spettacolo diretta da Ernesto Calindri, ottobre 1992


Con la cantante Antonella D'Agostino al teatro Augusteo di Napoli, novembre 1994


Spettacolo "Nemico di classe" al teatro Cilea di Napoli, febbraio 1995


1995


5 maggio 2013, Sacramento della Cresima. Con il vescovo Silvio Padoin nella chiesa di San Vitale a Napoli


5 maggio 2013, dopo la Cresima sul sagrato della chiesa di San Vitale


Luglio 2014


2016


2017

Luglio 2017


2017


2017


2018


Ringrazio il Signore per la vita che mi ha dato.




Copyright ©Bruno Canale 2026

domenica 9 novembre 2025

IL GESÙ RIFIUTATO


Due giorni fa, venerdì 7 novembre, è avvenuto un fatto che ha suscitato in me allo stesso tempo scalpore e profondo stupore. Una signora amica di famiglia che da poco era scesa da casa mia per andare verso la fermata dell'autobus ha notato che sul bordo di un cassonetto della spazzatura stava adagiato un Bambino Gesù. Subito mi ha inviato dal suo telefonino alcune foto. Gesù appariva trattato al pari di un rifiuto qualsiasi in mezzo a tanti rifiuti. Quando la signora mi ha chiesto se doveva lasciarlo sul cassonetto le ho detto di prenderlo immediatamente per portarmelo il giorno successivo; volevo salvarlo dall'ingiusta umiliazione dell'immondizia e del macero. L'immagine di Gesù trattato come un rifiuto è l'emblema di come il mondo di oggi si pone nei confronti di Cristo e del Cristianesimo. Gesù viene "rifiutato" dal mondo, anche se questa in fondo non è una novità. Mi tornano in mente le parole di San Paolo nella prima lettera ai corinzi: "Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi." (1Cor. 4, 12-13). L'immagine di un Bambino Gesù al quale non si è pensato di offrire una sorte più decorosa è proprio il simbolo di questo cinico e blasfemo rifiuto, ma per me è stato anche un miracoloso segno di incoraggiamento. Mi è sembrato infatti un chiaro invito a continuare con più entusiasmo ed energia nella mia opera di evangelizzazione. Più il mondo rifiuta Cristo più noi Lo accoglieremo con amore!




Copyright © Bruno Canale 2025

venerdì 2 agosto 2024

LA GIOIELLERIA DEL PARADISO

 



Quando ero bambino andavo spesso nel negozio di mio padre. Lui ci passava l'intera giornata, staccava solo per venire a pranzo. Mi piaceva molto andarci perché la visione di tutte quelle meraviglie luccicanti e multicolori mi faceva sognare. Mio padre faceva il gioielliere. Vedendomi estasiato dalla bellezza dai gioielli esposti in vetrina cominciò ad insegnarmi qualcosa. Intendeva rivelarmi un po' alla volta i segreti del mestiere ma lo faceva col tono incantato e trasognato di chi ti sta raccontando una bella favola. Imparai diversi nomi per me buffi ma affascinanti, e nella mia fantasia di bambino nuotavo come un astronauta in un rutilante universo di topazi, zaffiri, smeraldi, rubini. Una mattina vidi mio padre che prima di uscire di casa stava sistemando alcune pietre preziose in una valigetta scura. Dopo averle deposte una per una con meticolosa precisione richiuse la valigetta e prese dal ripiano della scrivania una grossa pistola che infilò nella fondina nascosta sotto la giacca. Era la prima volta che gli vedevo maneggiare un'arma. Chiesi a cosa servisse quella pistola ed egli mi rispose sorridendo: "Con questa faccio scappare via gli uomini cattivi." Gli uomini cattivi. Due li vidi entrare qualche giorno dopo in gioielleria. Era presente anche mia madre in quel giorno disgraziato, l'ultimo in cui ho visto assieme i miei genitori. Il più feroce dei due rapinatori entrò puntando una pistola contro mio padre e gli intimò di riempire velocemente un sacco che il complice teneva aperto. Papà fece un gesto istintivo ma incauto: allungò di scatto un braccio verso il cassetto del bancone in cui teneva la pistola. Purtroppo quel gesto così imprudente e avventato gli costò la vita.

                                    II


Mia madre si occupò negli anni successivi della gestione dell'attività. In principio presa dalla disperazione stava per abbandonare tutto, ma poi preoccupata di garantirmi un futuro dignitoso volle continuare il lavoro del marito. Crescendo cominciai ad aiutarla anch'io in negozio. Quello che da bambino mi era apparso un mondo pieno di incanto e di stupore diventò un po' alla volta la mia realtà quotidiana, il mio lavoro. Imparai più per dovere che per autentica passione tutto quello che papà voleva insegnarmi fin da bambino. Quando la mamma cominciò a farsi più anziana le subentrai nella gestione, e gli affari per fortuna andavano bene. I vecchi clienti non ci abbandonarono ed eravamo circondati dall'affetto e dalla stima degli altri negozianti del quartiere; essi conservavano un buon ricordo di papà, definito da tutti "uomo coraggioso e onesto".

Un giorno, quando avevo compiuto da poco trent'anni, accadde qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la mia vita.

Ero costretto anch'io a camminare armato quando portavo con me una valigetta piena di preziosi, e in negozio tenevo la pistola nel cassetto del bancone dove la teneva riposta anche papà. Quell'arma era per me un oggetto ingombrante, un peso nel cuore, mi ricordava tragicamente il passato e faceva riecheggiare nella mia mente la voce di mio padre quando mi disse sorridente: "Con questa faccio scappare via gli uomini cattivi." Un pomeriggio, verso le quattro, uno strano individuo dall'aspetto inquietante entrò in gioielleria. Avevo riaperto da poco il negozio dopo la pausa pranzo e stavo mettendo a posto degli articoli in una teca blindata quando sentii che la porta d'ingresso si apriva. Mi voltai di scatto pensando che fosse un cliente. Davanti ai miei occhi c'era invece un uomo malvestito e trasandato, visibilmente sudicio e con un'espressione torva che mi pareva assai minacciosa. Si fermò a circa un metro di distanza dal bancone e cominciò a guardarmi senza dire nulla. Ricordando ciò che era accaduto a mio padre aprii subito il cassetto e presi la pistola puntandogliela contro. Gli gridai con voce tremante di andarsene subito altrimenti avrei chiamato la polizia! L'uomo fissò la pistola spaventato, pallido, quasi incredulo, poi si voltò ed uscì in gran fretta dal negozio emettendo un lamento come se davvero gli avessi sparato. Io rimasi immobile con la pistola puntata nel vuoto, provando una infinita vergogna di me stesso e del mio orribile gesto. Quell'uomo probabilmente era entrato in negozio soltanto per chiedere un po' di elemosina. Doveva essere un barbone affamato, disperato, e io invece di provare pietà per la sua misera condizione gli avevo puntato contro un'arma per cacciarlo via come se fosse un feroce bandito. Nei giorni che seguirono non feci altro che aspettare il ritorno di quell'uomo. Ogni volta che sentivo aprirsi la porta del negozio questa speranza si riaccendeva più forte. Se vedevo che si trattava di un cliente rimanevo addirittura deluso! In tanti anni di attività non avevo mai provato una simile sensazione. Anche quando un cliente acquistava un gioiello costosissimo mi sembrava di non aver guadagnato nulla perché sentivo che il vero "guadagno", il vero "profitto", il vero "arricchimento" non poteva venire dalla merce preziosa che avevo sempre venduto ma da qualcosa che aveva un valore molto più alto ed inestimabile, qualcosa che l'apparizione improvvisa di quell'uomo mi aveva dato per la prima volta la possibilità di percepire con sconvolgente chiarezza. Dovetti aspettare diverse settimane prima di poterlo rivedere. Quando mostravo gli articoli ai clienti sbirciavo continuamente verso la porta di ingresso pregando che da un momento all'altro quell'uomo ricomparisse. Finalmente una mattina, mentre mostravo delle fedi nuziali a una coppia di fidanzati, lo rividi sul marciapiede di fronte che si trascinava stancamente fermando i passanti per mendicare qualche spicciolo. Chiesi ai due clienti di avere un attimo di pazienza e corsi fuori chiamando a gran voce quell'uomo. Non appena mi vide da lontano fece la medesima espressione di quando gli puntai contro la pistola e cominciò a scappare terrorizzato. Gli gridai di fermarsi perché non avevo intenzione di fargli del male, ma lui continuava a correre vedendo in me soltanto una pericolosa minaccia. Attraversai la strada e riuscii a raggiungerlo subito perché il suo passo era quello di un individuo debole ed esausto. Lo fermai afferrandolo per un braccio e gli dissi che non doveva avere paura di me, lo rassicurai anzi che poteva venire in negozio quando voleva perché non lo avrei mai più né cacciato né minacciato con la pistola. Lui mi guardava incredulo e diffidente, allora per dimostrargli le mie buone intenzioni presi dal portafoglio cento euro e glieli posi in una mano. Il suo sguardo si trasformò, da cupo e ombroso diventò aperto e rilucente, ricolmo di sorpresa e di gratitudine. I suoi occhi erano diventati come due diamanti preziosi, infinitamente più preziosi di quelli che avevo venduto per anni; essi irradiavano una luce di incomparabile bellezza. Guardando gli occhi di quell'uomo così pieni di riconoscenza decisi che tutto doveva cambiare nella mia vita, volevo essere illuminato ogni giorno da questa luce meravigliosa di fronte alla quale tutti i gioielli che avevo visto fino ad allora mi sembravano falsi e volgari. Di un altro Tesoro volevo essere ricco, e questa incomparabile ricchezza volevo portare nel mondo.


Abbandonai per sempre la mia attività di gioielliere. Quando mia madre chiese spiegazioni riguardo alla mia decisione le dissi che avevo trovato qualcosa con cui avrei finalmente illuminato la mia vita. La gioielleria fu rilevata, mia madre vive oggi della sua pensione ed io conduco una nuova esistenza. Sono un frate francescano. Vivo in un convento e accolgo insieme ai miei confratelli coloro che hanno bisogno dell'unica ricchezza possibile, quella che viene dalle Parole del Vangelo. Vado ogni tanto in giro a distribuire questa incommensurabile ricchezza che scalda e illumina il cuore, e non ho bisogno di portare con me alcuna arma se non la più potente di tutte, quella dell'Amore, la stessa che usò Nostro Signore Gesù Cristo per vincere il mondo.






Copyright ©Bruno Canale 2024

giovedì 26 ottobre 2023

MA DIO CHI LO HA CREATO?

 

Pur accettando che Dio è eterno la nostra ragione non riesce a comprendere come è possibile che Egli non sia mai nato. La peculiarità divina ed esclusiva dell'Onnipotente è proprio quella di esistere "da sempre" . Anche noi diventeremo immortali nell'anima ma restiamo tuttavia segmenti, creature che non esistevano e adesso ci sono. Le nostre vite entrano nel solco dell'eternità e ne fanno parte come un segmento entra a far parte di una linea retta. Come la linea retta anche il Signore non ha inizio e non ha fine. Ricordo che da piccolo domandavo spesso: "Ma Dio chi lo ha creato?". Questa domanda che ho sentito fare anche da adulti dubbiosi rivela l'incapacità dell'uomo di comprendere appieno il mistero dell'essenza divina. La ragione umana può contemplare il concetto dell'immortalità, ma accettare che qualcuno esista "da sempre" riesce impossibile a chiunque. Se volessimo tuttavia sforzarci di immaginare che il Signore sia stato creato da qualcuno, ovvero da un'altra divinità (naturalmente si tratta di un ragionamento per assurdo) alla fine dovremmo accettare per forza l'esistenza di un Creatore che è venuto prima di tutti gli altri e dal quale tutto è disceso, un Ente Supremo che sta all'origine di ogni cosa, un Eterno Padre che è stato fin dal principio Fonte di vita, di luce e di amore per ogni creatura ed ogni elemento dell'Universo. Ciò che la Fede afferma come indiscutibile verità anche la logica umana deve per forza accettarlo e riconoscerlo. 

"tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste." (Gv. 1, 3)





Copyright © Bruno Canale 2023

LA PREGHIERA SALVA LA VITA



La nave non reggeva più le violente percosse del mare in tempesta e il Comandante comprese bene che oramai erano arrivati alla fine del viaggio. Una fine non prevista, non programmata, una fine voluta dal mare insofferente e urlante sotto un cielo greve di nubi. I passeggeri avvertivano distintamente il pericolo nonostante il personale di bordo cercasse invano di tranquillizzarli. L'orchestrina sul palco continuava a suonare motivetti allegri per allontanare la paura e rinfrancare gli animi, ma l'urlo cupo e minaccioso del vento era più forte della musica. Il Comandante si ricordò di una particolare disposizione che l'Armatore aveva lasciato per iscritto nel caso in cui vi fosse un reale pericolo di naufragio. L'Armatore aveva preteso addirittura che questa disposizione fosse inclusa nel regolamento di bordo e che fosse letta ad alta voce ai passeggeri e all'equipaggio poco prima che tutti abbandonassero la nave. Si recò dunque nella sua cabina per prendere il volumetto contenente le regole della navigazione, poi con gli altoparlanti fece radunare tutti gli ospiti e il personale nel salone ristorante per un comunicato urgente. Questo accrebbe ancor più l'agitazione dei passeggeri. Quando furono tutti nel salone egli li invitò alla calma, e un po' alla volta il vociare convulso diminuì. All'inizio il Comandante impartì le solite indicazioni sull'osservanza di alcune regole basilari per l'evacuazione della nave. Le sue parole pronunciate con una calma surreale sortirono l'effetto di raggelare i passeggeri. Il Comandante aggiunse che probabilmente non sarebbe accaduto nulla di grave ma era bene che ognuno sapesse come comportarsi senza lasciarsi prendere dal panico. I primi ad abbandonare la nave sarebbero stati i bambini. Fece anche sapere che aveva già fatto diramare l'S.O.S. e che un mercantile nelle vicinanze aveva già risposto alla richiesta d'aiuto. Finito il suo discorso chiese poi l'attenzione di tutti perché doveva leggere una parte importante del regolamento. Aprì dunque il piccolo libro che aveva tenuto fino a quel momento stretto in una mano e cercò la pagina. Prima di cominciare a leggere preannunciò che si trattava di una disposizione particolare dell'Armatore alla quale lui in qualità di Comandante aveva promesso di ottemperare. I passeggeri si posero silenziosamente in ascolto. Il Comandante iniziò la lettura. Dopo le prime parole spuntò addirittura un sorriso sulle labbra di alcuni, perché dal tenore solenne e un po' ieratico di ciò che stavano ascoltando sembrava che il regolamento di bordo si stesse improvvisamente trasformando in un libro di salmi. Anche il Comandante cominciava ad assumere l'aspetto di un pastore che predica con voce austera e paterna ad un'assemblea di fedeli. Quando giunse al punto cardine della lettura il sorriso ironico che era spuntato sulla faccia di alcuni si mutò presto in una smorfia di indignazione e sbigottimento. Con voce più ferma e scandendo bene le parole il Comandante annunciò: "Tutti coloro che stanno per abbandonare la nave facciano atto di contrizione e si pentano sinceramente dei loro peccati, desiderando che i propri peccati sprofondino per sempre negli abissi del mare al fine di cominciare una nuova vita rigenerata nella Luce del Signore. Soltanto così salveranno il corpo e l'anima, soltanto pregando e chiedendo perdono a Dio. In caso contrario, non salveranno né l'uno né l'altra". Dopo queste ultime parole l'indignazione e lo scalpore dei passeggeri esplosero in un urlo che superò come un boato il fragore delle onde. Non gridavano più per il panico ma urlavano allo scandalo. "Ma che cavolo è questa buffonata?! - domandò incollerito un uomo di mezza età vestito elegantemente - E lei signor Comandante, non si vergogna in un momento simile di leggerci queste insulsaggini? Siamo sul punto di morire e ci parlate di peccato e di pentimento? Fate atto voi di contrizione per non averci garantito un viaggio in perfetta sicurezza! Quando saremo a terra vi denuncerò ed esigerò un cospicuo risarcimento, e penso che molti altri seguiranno il mio esempio. Oltre al danno anche le beffe!" Un grande applauso e grida di "Bravo!" accolsero le parole infuocate di quel signore, ed altri si aggiunsero in una tumultuosa eco di accuse minacciose nei confronti della compagnia di navigazione. Il Comandante non diceva nulla. Rimase in silenzio investito dalla rabbia dei passeggeri e tenendo sempre il libro del regolamento stretto in una mano. "Si penta lei dei suoi peccati! - disse una signora in camicia di seta e gonna lunga - Lei che non ha saputo condurci a destinazione. Ma che razza di Comandante è? Io non le affiderei il canotto di mio figlio di dieci anni!" Una risata generale e fischi di disapprovazione all'indirizzo del Comandante seguirono a questo sarcastico apprezzamento della donna. Il Comandante disse soltanto: "L'Armatore mi ha dato disposizione di leggervi quello che vi ho letto. Ho solo fatto il mio dovere perché lavoro alle sue dipendenze. Ognuno reagisca come vuole". Detto ciò abbandonò la sala seguito da alcuni collaboratori. La sala piombò in un silenzio tetro. I passeggeri si guardarono l'un l'altro senza saper che dire e che fare. Fuori sembrava che nel frattempo il mare si fosse calmato. Alcuni osservarono che forse stavano esagerando con la paura e avevano sbagliato ad offendere il Comandante. In fondo lui aveva ragione, aveva fatto soltanto il suo dovere, perché prendersela con chi non c'entrava nulla? "Siamo tutti molto nervosi e agitati, è comprensibile, ma che senso ha in questo momento così drammatico sfogarsi con il Comandante? Penso che gli dobbiamo delle scuse." " Io non mi scuso con nessuno! - gridò l'uomo elegante che era insorto per primo - Non doveva azzardarsi a leggere quella buffonata che ci ha propinato con tanta leggerezza. Ci ha preso per stupidi? O siamo forse dei bambini a cui fare la predica?" "Già - commentò un altro passeggero che teneva per mano i due figli piccoli - Avete sentito? I bambini devono lasciare la nave per primi, ma penso che almeno a loro non sia richiesto alcun atto di contrizione". Intanto un gruppo di uomini e donne si era appartato in un angolo a pregare. "Ehi, guardate lì - disse un uomo anziano  indicandoli - quelli hanno preso sul serio le parole del regolamento!" "Ma no, rispose un altro - li ho già visti pregare per tutto il viaggio, devono essere di qualche setta, o gruppo religioso" "E che ci fanno in crociera? Forse sono stati loro a portarci sfortuna!" Una nuova risata esplose trasformando quella drammatica riunione in un lieto convegno. Ma un boato coprì all'improvviso le parole e le risate. I passeggeri furono sospinti da una violenta sferzata che fece inclinare paurosamente la nave. Tutti corsero frenetici in più direzioni, confusamente, come palline impazzite. Delle istruzioni appena date per evacuare la nave nessuno ricordava più nulla. Tutti si precipitarono verso le scialuppe di salvataggio. I marinai erano già pronti ad imbarcare i primi gruppi. Mentre scappavano tenendo stretto a sé uno zaino o un borsone da viaggio con gli effetti personali che erano riusciti a raccogliere, i fuggiaschi ricordavano soltanto l'ultima parte del discorso del Comandante. Alcuni pur confusi dall'agitazione cominciarono a pregare e a implorare Dio di perdonarli, altri pensarono solo a mettere in salvo se stessi e i propri congiunti. Quelli che non pregavano si azzuffavano per contendersi un posto nelle scialuppe o soltanto per dare libero sfogo al parossismo della paura. Quelli che avevano pregato col cuore contrito riuscirono incredibilmente a trovare la via della salvezza. Onde alte come palazzi e violente come le percosse di un gigante investirono la nave ricoprendola di acqua e schiuma. Ormai la nave aveva l'aspetto di una montagna da cui fuoriuscivano cascate. Dopo alcuni minuti la montagna diventò una piccola collina. Sempre più piccola, più piccola, fino a scomparire in una voragine d'acqua che la inghiottì sprofondandola negli abissi del mare. I superstiti del naufragio furono presto raggiunti dal mercantile che aveva risposto all'S.O.S. lanciato dal Comandante. Soltanto quando furono tutti in salvo sul mercantile qualcuno si ricordò di lui. C'era chi giurava di averlo visto sul ponte di comando della nave con il libro del regolamento ancora stretto in una mano e alcuni fedeli collaboratori ancora al suo fianco, chi lo aveva visto andare a fondo mantenendo il suo contegno impassibile e austero, chi lo aveva visto nuotare non si sa verso dove e poi andare giù esausto. Tante altre cose furono dette su di lui, ma di sicuro si sapeva solo che non c'era più.

Dopo alcune settimane un gruppo di sopravvissuti al naufragio fu invitato a raccontare il drammatico evento in un programma televisivo. Essi raccontarono anche dell'invito alla preghiera comunicato a tutti i passeggeri poco prima della fine. Tutti gli intervistati, che fino ad allora non avevano mai avuto il coraggio di ammetterlo in pubblico, riconobbero di aver pregato anche negli ultimi spasmodici istanti della fuga, ed erano fermamente convinti che solo grazie alle loro preghiere avevano trovato la salvezza. Questo fatto incuriosì molto i giornalisti che cercarono l'Armatore per intervistarlo. Ma egli non volle farsi pubblicità su una simile tragedia. Inaspettatamente la sua società dopo il tragico naufragio vide aumentare notevolmente il proprio volume d'affari. Contrariamente a quanto si poteva immaginare tutti volevano andare in crociera sulle navi della sua flotta, che furono ribattezzate "le navi della preghiera". Erano convinti che in caso di pericolo si sarebbero salvati pregando, e questo li tranquillizzava. Anche se in vari ambienti laici e religiosi si discusse molto sulla sincerità o meno della preghiera in caso di pericolo, e se un ateo o i seguaci di altre religioni potessero sentirsi al sicuro su quelle navi, molte conversioni ebbero luogo in seguito a quel naufragio. Tante persone, nei mesi che seguirono, riscoprirono il genuino e fondamentale valore della preghiera anche lontano dal pericolo degli abissi, sulla terraferma e nelle consuete vicissitudini della vita quotidiana. I partecipanti alle crociere organizzate da quella compagnia volevano provare durante ogni viaggio l'emozione della preghiera comunitaria. Molti di loro dedicavano vari momenti della giornata alla preghiera preferendo addirittura rinunciare ai numerosi ed accattivanti intrattenimenti offerti su quelle navi.


DUE DOMANDE PER I LETTORI

Il racconto così paradossale che avete appena letto è in realtà un apologo sulla necessità e sull'efficacia della preghiera. Esso mi dà la possibilità di porre a voi lettori due domande. Trovandovi nella drammatica circostanza di un naufragio come quello del racconto vi mettereste a pregare nella speranza di un soccorso divino, o pensereste solo a cosa fare concretamente per salvare voi e i vostri cari? Quanti tra voi ritengono che la preghiera resti l'unico strumento potente ed efficace per trovare la salvezza in ogni sventura e naufragio della nostra vita? 





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giovedì 21 aprile 2022

IL PRESEPE

 

Il Presepe secondo la tradizione si può tenere esposto dal giorno dell'Immacolata, 8 dicembre, fino al giorno in cui si celebra la Presentazione di Gesù al Tempio, il 2 febbraio (questa ricorrenza è conosciuta anche come "Festa della Candelora"). Naturalmente non si tratta di un precetto, dunque ognuno può scegliere liberamente di allestirlo e di smantellarlo quando gli pare. Tuttavia sappiamo che se non è comunemente condivisa la data del suo allestimento lo è senz'altro quella del giorno in cui viene messo via e riposto: il 7 gennaio. La fretta con cui ci si libera dagli addobbi natalizi e dal Presepe testimonia la voglia consumistica di congedarsi da un periodo di festa del quale forse non si è capita fino in fondo l'importanza. Alla frenesia dei preparativi, alla ressa nei negozi per gli acquisti, ai pantagruelici pranzi e cenoni, alla chiassosa allegria delle riunioni fra amici e parenti segue un'aria mesta da festa finita, quasi da "sospirato" ritorno alla normalità. Togliere di mezzo il Presepe la mattina del 7 gennaio rappresenta un doppio errore. Primo perché il Tempo di Natale non finisce il 6 gennaio ma dura fino alla Domenica successiva all'Epifania (Battesimo di Gesù), secondo perché come ho già fatto notare il Presepe si può tenere esposto fino al 2 febbraio. Tuttavia chi ama Gesù sa bene che non è soltanto una questione di date. Così come la data del 25 dicembre non deve essere necessariamente ritenuta "anagraficamente" corretta perché l'evento dell'Incarnazione prescinde il tempo del mondo, allo stesso modo il Presepe che ci ricorda visivamente questo meraviglioso evento può non essere vincolato a un determinato periodo dell'anno. In quella grotta di Betlemme noi abbiamo trovato il senso della vita, il germoglio della Verità, il primo nucleo di una Luce che ancora irradia il mondo. Il Presepe, quell'oggetto vivo e luminoso che fa risplendere la casa nei giorni di festa, quel popolo di statuine che sembrano davvero muoversi e respirare e che tanta delizia procurano ai bambini e riempiono di grazia e intensa commozione il cuore degli adulti, rappresenta ciò che dobbiamo conoscere ed amare per capire il senso della nostra esistenza. Anche noi siamo nati dal grembo di una donna e abbiamo avuto un padre e una madre che ci hanno amato, ecco perché Dio è venuto nel mondo come uno di noi, per farci capire che Lui è il senso ultimo di ogni cosa e che anche noi facciamo parte del senso divino della vita. Alla luce di questa consapevolezza noi potremmo tenere il Presepe esposto tutto l'anno come un oggetto dal valore sacro, come un'immagine in cornice della Natività, o di Maria, o di Nostro Signore Gesù Cristo di fronte alla quale preghiamo. Se nel Tempo di Natale ci raccogliamo in preghiera davanti al Presepe, compreso il dolce e solenne momento in cui deponiamo il divino Bambino nella mangiatoia, non dovremmo desiderare di liberare così presto la casa da un simbolo ricolmo di tanta Luce, di tanto Amore, di Verità eterna e di sublime poesia dell'anima.






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