Davanti alle tragedie e alle ingiustizie che si consumano nel mondo spesso gli uomini si domandano: "Ma dov'e' Dio?". Invece bisognerebbe domandarsi: "Ma dov'e' l'uomo? Dov'e' finita la creatura prediletta che Dio ha fatto a Sua immagine? A chi ha venduto il suo cuore?"
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giovedì 16 agosto 2018
MA DOV'E' DIO?
lunedì 23 luglio 2018
CHE COS'E' LA VERITA'?
Gran parte dell'umanita' commette lo stesso errore che commise Pilato quando domando' a Gesu': "Che cos'e' la verita'?" senza accorgersi che la Verita' era gia' davanti ai suoi occhi.
Copyright © Bruno Canale 2018 (Testo)
giovedì 19 luglio 2018
L'ULTIMA SPERANZA
Una mattina di luglio un uomo assai infelice, che si sentiva costantemente insoddisfatto di sé e che soffriva per la
memoria delle tante cattiverie subite nel corso della sua vita, decise di raggiungere un
convento di frati francescani che si trovava in aperta campagna. In quel convento risiedeva un anziano religioso,
Fra’ Saverio, che era molto conosciuto per la sua capacità di offrire luce
e conforto alle persone che soffrono. Molti andavano da lui in cerca di consigli spirituali e anche per
confessarsi. L’uomo, che quella mattina camminava verso il convento nella campagna assolata, ne aveva sentito parlare spesso. Un suo conoscente aveva insistito affinche' si rivolgesse a questo frate prodigioso, il quale aveva una parola giusta e
consolatoria per tutti. Egli credeva in Dio ma non era mai stato un cattolico
praticante. Per questo motivo aveva indugiato molto prima di seguire il consiglio di rivolgersi al frate. Ma ad un certo punto, quando si rese conto che nessuno, né sua moglie né i suoi parenti avevano piu' voglia di ascoltare il perpetuo elenco delle sofferenze e dei mille problemi che aveva dovuto
affrontare nella vita, il poveretto decise di andare da qualcuno che di sicuro
lo avrebbe ascoltato e gli avrebbe dato il giusto conforto. Ed eccolo lì, in
una caldissima mattina di luglio, nel viale di
campagna che conduce al convento di Fra' Saverio.
Il religioso lo accolse
nella sua cella. L’uomo, prima di cominciare a parlare, si guardò rapidamente
intorno e fu colpito dall’arredo essenziale e poverissimo dell’ambiente. La cosa
più ricca dentro quella stanza era senz’altro lo sguardo pieno di luce del frate, che gli andò subito incontro con le braccia protese. Dopo averlo abbracciato
dicendo “Pace e bene!”, Fra’ Saverio invito' l'ospite ad accomodarsi su una sedia di
paglia, mentre lui si mise a sedere sulla sponda del suo letto. L’uomo non sapeva come
esordire, poi sospiro', si fece coraggio e comincio' a parlare. Inizio' subito a raccontargli tutte le
dolorose vicissitudini della sua vita, le numerose cattiverie che aveva dovuto
subire, i tradimenti degli amici, l'ingratitudine dei parenti, le ingiustizie subite sul
posto di lavoro, la severità del padre che spesso da piccolo lo aveva punito con eccessiva durezza, l’incomprensione che riceveva ogni giorno da sua moglie, dai suoi
figli, i conseguenti attacchi di malumore e pessimismo che spesso lo facevano
isolare dagli altri. “Ma capirà padre – disse mentre il frate non smetteva di
fissarlo con un sorriso dolcissimo – dopo tutto quello che ho dovuto subire nella
mia vita, è il minimo che possa fare adesso, di fronte a tanta insensibilità,
ottusità, egoismo: isolarmi, cercare conforto nella solitudine.” A questo punto
l’uomo non disse più nulla e resto' in silenzio. Il frate lo guardava,
sempre con la medesima dolcezza. Ad un certo punto Fra’ Saverio gli chiese,
cambiando espressione: “Ma perché sei venuto qui, figliolo? Che cosa pensi possa fare per te?” L’uomo si
sentì imbarazzato e spiazzato da questa domanda. "Padre, vorrei che lei mi desse qualche consiglio, un po’ di conforto. Che cosa devo
fare per vincere tanta amarezza, per difendermi da tanta cattiveria? Certo non posso cambiare il cuore della gente. Ma allora cosa posso fare, di che cosa ho bisogno per vivere nonostante tutto in pace col mondo?". Il frate lo guardò negli occhi, poi, ripreso il suo dolce
sorriso, disse con calma: “Tu hai bisogno di un buon esorcismo, figlio mio". L'uomo spalanco' gli occhi e domando' scioccato: "Un esorcismo?" "Sì - continuo' il religioso con voce serena - ma non di un esorcismo come lo immagini tu. Se ti spruzzassi addosso acqua benedetta con l'aspersorio non otterrei alcun effetto. Il diavolo si e' nascosto così bene nei tuoi pensieri che nessuna preghiera o sacramentale servirebbe a cacciarlo via o a rivelarne la presenza. Ma non preoccuparti, non e' solo un problema tuo. Molti, direi quasi tutti ce l'hanno dentro e non lo sanno. E quando pensi di essertene liberato ecco che torna subito all'attacco. Ogni notte viene a importunare anche me, qui, nella mia cella. Io però lo scaccio via con la preghiera." L'uomo non aveva quasi più la forza di parlare. Poi, innervosito dal fastidio e dall'indignazione, disse: "Ma padre, che cosa sta dicendo? Io indemoniato? Dopo tutte le cattiverie che ho subito nella mia vita l'indemoniato sarei io? E se io sono indemoniato gli altri allora che cosa sono?" "E' proprio questo il punto! - rispose il frate alzandosi dal letto e andando a prendere un libro da una mensola che sporgeva da una parete. "Vedi?- disse mostrandogli quel libro - e' gia' scritto tutto qui dentro, Lui ci ha detto già tutto. Questo è il Vangelo, fonte di vita e di vera sapienza. "Va bene, il Vangelo, ma che c'entra il fatto che io sia indemoniato?" Dopo aver riposto il libro sulla mensola, Fra' Saverio disse: "Ricordi l'episodio dell'incontro di Gesu' con il giovane ricco? Gesu' gli chiede di abbandonare tutta la sua ricchezza, ma il giovane si rifiuta, arretra e torna sui suoi passi, non sa rinunciare alla sua vita di sempre. E sai perché? Non soltanto perché era attaccato ai suoi beni materiali, ma perché si identificava con la propria ricchezza esattamente come tu ti identifichi con la tua sofferenza! In questo momento ci sono milioni di persone che contano le loro ferite pensando di essere state vittime di tutta la cattiveria del mondo. Se Nostro Signore dovesse maledirci per ogni piaga o ferita che abbiamo lasciato sul Suo Corpo con i nostri peccati non ci sarebbe più una sola creatura vivente sulla faccia della Terra, perché si sarebbe abbattuto su di noi un castigo di gran lunga peggiore del diluvio universale! Invece Egli ci ama, continua ad amarci e a perdonarci. E allora - disse facendosi a un tratto torvo e severo - adesso, in questo preciso istante perdona tutti coloro che ti hanno fatto del male perché tu te ne fai ancora di più con il tuo rancore! E' questo l'esorcismo di cui hai bisogno, e lo puoi compiere tu, con la tua voglia di cambiare vita e di essere libero una volta per tutte!!" Un giovane confratello, sentendo Fra' Saverio alzare la voce, passò davanti alla porta della cella che era rimasta aperta. Fra' Saverio lo tranquillizzo' con un gesto e il giovane frate si allontano'. "Non ho più nulla da dirti, figlio mio" riprese il religioso tornando a sedere sul suo letto. L'uomo era sconvolto, agitato da un turbinio di pensieri e di sentimenti confusi. Usci' dalla cella senza salutare e senza nemmeno chiedergli la benedizione e s'incammino' per i lunghi corridoi del convento cercando l'uscita. Il fresco di quei corridoi gli sembrava adesso un gelo che paralizzava il cuore.
Varcata la soglia del convento si ritrovò di nuovo nell'assolata campagna, smarrito, stordito come se una violentissima tempesta lo avesse travolto. Mentre camminava nel viale che lo conduceva lontano dal convento senti' bruciargli forte le tempie. Anche il canto perpetuo dei grilli tra le siepi era diventato ossessivo come una tortura. Lui era andato lì pensando che quel frate fosse l'ultima speranza, l'ultima possibilita' di conforto, di sollievo per le sue amarezze ed era stato trattato così, come se il colpevole della propria sofferenza fosse soltanto lui. Mentre rifletteva, ancorato sempre allo stesso pensiero, incominciò perfino a provare rancore per quel frate, e già meditava di parlarne male in giro raccontando a tutti la sua deludente esperienza. Anche l'anziano frate meritava senz'altro di essere annoverato nella lunga lista delle persone che gli avevano fatto del male. Nella sua veste di religioso era stato addirittura il peggiore di tutti, considerato che invece di offrirgli il giusto conforto e una risposta risolutiva lo aveva accusato. Ad ogni passo che faceva il suo rancore aumentava sempre piu' fino ad assumere le spaventose proporzioni di un odio che gli macerava la mente e il cuore. All'improvviso, piu' forte del calore estivo che lo avvolgeva, senti' un fuoco crescergli dentro come una vampa alimentata dal vento. Si fermo' spaventato, si guardo' intorno. Al posto della campagna c'era un deserto, e lui era da solo, li', divorato dal rancore, e il perpetuo ronzio dei grilli si era trasformato in un sibilo di serpi. Cadde in ginocchio coprendosi le orecchie con i palmi delle mani e piangendo si mise a gridare: "Basta! Basta!!". Dopo un po', molto lentamente, torno' a guardarsi intorno e rivide la campagna, risenti' la voce dei grilli. Da lontano vide il convento sulla sommita' della collina. Si alzo' in piedi e comincio' a camminare verso quella direzione. Mentre camminava si rese conto che Fra' Saverio aveva ragione. Soltanto adesso sentiva finalmente il peso salutare e salvifico di quell'ammonimento che era stato per lui come un violento schiaffo al proprio orgoglio. Egli aveva senz'altro bisogno di essere liberato da qualcosa che lo opprimeva da anni rendendolo infelice. Comincio' dunque a correre verso il convento come un assetato corre verso la fonte per non morire. Quando era ormai a pochi metri dal portone d'ingresso, qualcuno venne ad aprire per farlo entrare. Era un giovane frate che l'aveva visto arrivare da lontano. L'uomo, ansimante e sudato, non seppe dirgli nulla. Era stanco e nello stesso tempo agitato dalle nuove consapevolezze che si stavano facendo spazio con tanta forza nel suo cuore. Il giovane frate lo guardo' negli occhi, lo invito' a riprendere fiato, poi gli poso' dolcemente una mano sulla spalla e disse calmo e sereno: "Fra' Saverio ti sta aspettando".
Copyright ©Bruno Canale 2018 (Testo)
Varcata la soglia del convento si ritrovò di nuovo nell'assolata campagna, smarrito, stordito come se una violentissima tempesta lo avesse travolto. Mentre camminava nel viale che lo conduceva lontano dal convento senti' bruciargli forte le tempie. Anche il canto perpetuo dei grilli tra le siepi era diventato ossessivo come una tortura. Lui era andato lì pensando che quel frate fosse l'ultima speranza, l'ultima possibilita' di conforto, di sollievo per le sue amarezze ed era stato trattato così, come se il colpevole della propria sofferenza fosse soltanto lui. Mentre rifletteva, ancorato sempre allo stesso pensiero, incominciò perfino a provare rancore per quel frate, e già meditava di parlarne male in giro raccontando a tutti la sua deludente esperienza. Anche l'anziano frate meritava senz'altro di essere annoverato nella lunga lista delle persone che gli avevano fatto del male. Nella sua veste di religioso era stato addirittura il peggiore di tutti, considerato che invece di offrirgli il giusto conforto e una risposta risolutiva lo aveva accusato. Ad ogni passo che faceva il suo rancore aumentava sempre piu' fino ad assumere le spaventose proporzioni di un odio che gli macerava la mente e il cuore. All'improvviso, piu' forte del calore estivo che lo avvolgeva, senti' un fuoco crescergli dentro come una vampa alimentata dal vento. Si fermo' spaventato, si guardo' intorno. Al posto della campagna c'era un deserto, e lui era da solo, li', divorato dal rancore, e il perpetuo ronzio dei grilli si era trasformato in un sibilo di serpi. Cadde in ginocchio coprendosi le orecchie con i palmi delle mani e piangendo si mise a gridare: "Basta! Basta!!". Dopo un po', molto lentamente, torno' a guardarsi intorno e rivide la campagna, risenti' la voce dei grilli. Da lontano vide il convento sulla sommita' della collina. Si alzo' in piedi e comincio' a camminare verso quella direzione. Mentre camminava si rese conto che Fra' Saverio aveva ragione. Soltanto adesso sentiva finalmente il peso salutare e salvifico di quell'ammonimento che era stato per lui come un violento schiaffo al proprio orgoglio. Egli aveva senz'altro bisogno di essere liberato da qualcosa che lo opprimeva da anni rendendolo infelice. Comincio' dunque a correre verso il convento come un assetato corre verso la fonte per non morire. Quando era ormai a pochi metri dal portone d'ingresso, qualcuno venne ad aprire per farlo entrare. Era un giovane frate che l'aveva visto arrivare da lontano. L'uomo, ansimante e sudato, non seppe dirgli nulla. Era stanco e nello stesso tempo agitato dalle nuove consapevolezze che si stavano facendo spazio con tanta forza nel suo cuore. Il giovane frate lo guardo' negli occhi, lo invito' a riprendere fiato, poi gli poso' dolcemente una mano sulla spalla e disse calmo e sereno: "Fra' Saverio ti sta aspettando".
Copyright ©Bruno Canale 2018 (Testo)
martedì 17 luglio 2018
L'ABITO DEL PRETE
Un giovane sacerdote,
da poco ordinato, volle fare un esperimento: andare in giro per la citta'
"indossando la tonaca". Per un prete dovrebbe essere la cosa piu'
naturale del mondo, ma egli sapeva che molti sacerdoti non vestono più la
talare. In seminario spesso ne aveva discusso con i suoi colleghi di studio. La
maggior parte di loro sosteneva che non è importante l’abito ma la disposizione
del cuore. Altri ritenevano che la tonaca fosse poco pratica e poco indicata a
causa del colore scuro che tende ad allontanare la gente. Per capire se
quest’ultima tesi fosse vera aveva bisogno di recarsi in un luogo il più
possibile affollato. Pensò dunque alla stazione della metropolitana.
Mentre passeggiava
avanti e indietro sulla banchina si accorse di essere guardato dalla maggior
parte dei viaggiatori. Quando poi salì sul treno notò che tutti i passeggeri,
soprattutto i più giovani, avevano sollevato lo sguardo dai loro cellulari
fissandolo incuriositi e divertiti. Lui fece finta di nulla e andò
tranquillamente a sedere. Alcuni si scambiarono tra loro commenti sottovoce;
altri si coprivano la bocca con la mano per nascondere una risata. A un tratto,
preso da un forte disagio si alzò e si fece spazio tra la gente per andare in
un altro vagone; ma anche lì la situazione non cambiò molto. Alla fine,
sopraffatto dall’imbarazzo fu costretto a scendere in una stazione qualsiasi.
Tornato a casa raccontò alla madre del disagio che aveva provato. “Possibile che al giorno d'oggi un sacerdote debba essere guardato come un alieno? E’ forse colpa della tonaca o di qualcos’altro?”. Ella rispose: “Figlio mio, tu sei un prete e hai il dovere di farti riconoscere come tale. Che t’importa che ormai la talare non la indossa quasi più nessuno? I poliziotti non indossano l’uniforme? E i medici, non indossano il camice bianco forse? La differenza è che loro lo fanno solo quando sono in servizio, mentre tu devi farlo sempre, perché sei sempre al servizio di Nostro Signore Gesù Cristo.”
Il giorno seguente il giovane sacerdote uscì di nuovo dalla chiesa con la tonaca e s’incamminò verso la metropolitana. Le parole di sua madre gli avevano dato coraggio. Nel treno, in mezzo alla folla, sentì di nuovo gli occhi dei viaggiatori puntati su di lui, ma lui ricambiò tutti quegli sguardi con un sorriso benevolo. Uscito dalla stazione della metro vide un barbone che giaceva su un materasso sudicio con accanto a sé un piattino per l’elemosina e un cartello con su scritto: “VENGO DA LONTANO”. Il sacerdote tirò fuori venti euro dal portafoglio e li mise nel piattino. Poi si chinò su di lui e gli domandò: “Da dove vieni?”. Il barbone disse con amarezza: “Padre, lei si è fermato per farmi un’elemosina ma il buon Dio deve essersi scordato di me.” “Ma no - rispose il giovane - il Signore non dimentica nessuno dei Suoi figli! Ecco, oggi ha mandato me e domani ti manderà un altro amico.” Poi gli diede l’indirizzo della Caritas diocesana dove avrebbe ricevuto degli abiti puliti e un pasto caldo. Il barbone lo ringraziò e disse: “Vuole sapere davvero da dove vengo padre? Dalla “fine del mondo”, come Papa Francesco!”.
Il giovane fu molto contento dell’esito di questo incontro. Con passo più sicuro ed animo sollevato si avviò dunque verso i giardini pubblici. Mentre camminava sereno sentì che la tonaca si faceva sempre più leggera sul suo corpo. Non gli pesava più ad ogni passo, e i suoi lembi sventolavano nell’aria fresca come una bandiera di amicizia e di fraternità. Quando finalmente raggiunse i giardinetti qualcosa attirò la sua attenzione. All’ombra di un platano un uomo anziano stava seduto su una panchina tenendosi la testa fra le mani. Fece per avvicinarsi, ma pensando di importunarlo ebbe un po’ di esitazione. Gli si accostò dunque molto lentamente e rimase in piedi davanti a lui, in silenzio. Con molta tristezza si accorse che stava piangendo. Non poté fare a meno dunque di sedergli accanto. Dopo qualche secondo l’uomo si voltò verso di lui e, senza dire nulla, si accasciò sulla sua spalla continuando a versare lacrime. Il giovane sacerdote lo strinse affettuosamente tra le braccia. Non volle chiedergli nulla, nemmeno il motivo di quel pianto. Rimasero per qualche minuto così. Il giovane stringeva a sé il dolore di quel pover’uomo che gli bagnava la tonaca con le sue lacrime singhiozzando come un bambino tra le braccia della madre. Alla fine l’infelice sollevò il volto bagnato dalla sua spalla e disse: “Mi scusi padre, ma avevo proprio bisogno dell’abbraccio di qualcuno. E se questo qualcuno è un sacerdote vuol dire che Dio ha avuto misericordia di me. Grazie”. Dopo aver pronunciato queste parole si allontanò e scomparve tra la gente. Il giovane era rimasto seduto sulla panchina senza riuscire a dire nulla, nemmeno a capire quale dramma si potesse nascondere dietro un simile pianto. Si alzò mestamente e cominciò ad incamminarsi pensieroso. Fatti pochi passi, sentì all’improvviso una voce femminile alle sue spalle che gridava: “Padre! Padre!!”. Una donna sui quarant’anni gli stava correndo incontro. Quando finalmente lo raggiunse disse ansimando: “Mi scusi padre, l’ho vista da lontano. Ho un bisogno urgente di confessarmi, la prego, ne ho davvero bisogno!” Il giovane fu stupito da tanta irruenza. “Ma come? Qui, adesso? Il suo parroco non può?” Padre, io non vivo in questa città - rispose lei - mi trovo qui soltanto per risolvere un problema legale con i miei fratelli a causa di un’eredità. Quando l’ho vista da lontano, in mezzo alla gente, non mi è sembrato vero. Un sacerdote proprio nel momento in cui desideravo confessarmi. La prego, non mi neghi questa possibilità!” Il giovane si guardò intorno imbarazzato, poi scorse un angolo più tranquillo dove c’era un muretto in ombra e invitò la donna a seguirlo. Quando furono seduti su quel muretto che li teneva distanti dai rumori delle automobili e dalle voci dei bambini che giocavano, la donna cominciò a confessarsi. Mentre con voce bassa e pudica ella enumerava le sue colpe, il giovane sacerdote capì che quella mattina, senza la tonaca, un ministro di Dio sarebbe passato inosservato agli occhi del mondo. Un uomo solo e sofferente non avrebbe avuto una spalla su cui piangere, e una donna con urgente bisogno di pace interiore non avrebbe provato la gioia di potersi riconciliare con Dio. Ringraziò dunque il Signore per avergli ispirato la vocazione del sacerdozio e per avergli fatto il dono di accogliere tra le sue braccia e sulla sua veste i dolori e le speranze di coloro che lo amano e credono in Lui.
Tornato a casa raccontò alla madre del disagio che aveva provato. “Possibile che al giorno d'oggi un sacerdote debba essere guardato come un alieno? E’ forse colpa della tonaca o di qualcos’altro?”. Ella rispose: “Figlio mio, tu sei un prete e hai il dovere di farti riconoscere come tale. Che t’importa che ormai la talare non la indossa quasi più nessuno? I poliziotti non indossano l’uniforme? E i medici, non indossano il camice bianco forse? La differenza è che loro lo fanno solo quando sono in servizio, mentre tu devi farlo sempre, perché sei sempre al servizio di Nostro Signore Gesù Cristo.”
Il giorno seguente il giovane sacerdote uscì di nuovo dalla chiesa con la tonaca e s’incamminò verso la metropolitana. Le parole di sua madre gli avevano dato coraggio. Nel treno, in mezzo alla folla, sentì di nuovo gli occhi dei viaggiatori puntati su di lui, ma lui ricambiò tutti quegli sguardi con un sorriso benevolo. Uscito dalla stazione della metro vide un barbone che giaceva su un materasso sudicio con accanto a sé un piattino per l’elemosina e un cartello con su scritto: “VENGO DA LONTANO”. Il sacerdote tirò fuori venti euro dal portafoglio e li mise nel piattino. Poi si chinò su di lui e gli domandò: “Da dove vieni?”. Il barbone disse con amarezza: “Padre, lei si è fermato per farmi un’elemosina ma il buon Dio deve essersi scordato di me.” “Ma no - rispose il giovane - il Signore non dimentica nessuno dei Suoi figli! Ecco, oggi ha mandato me e domani ti manderà un altro amico.” Poi gli diede l’indirizzo della Caritas diocesana dove avrebbe ricevuto degli abiti puliti e un pasto caldo. Il barbone lo ringraziò e disse: “Vuole sapere davvero da dove vengo padre? Dalla “fine del mondo”, come Papa Francesco!”.
Il giovane fu molto contento dell’esito di questo incontro. Con passo più sicuro ed animo sollevato si avviò dunque verso i giardini pubblici. Mentre camminava sereno sentì che la tonaca si faceva sempre più leggera sul suo corpo. Non gli pesava più ad ogni passo, e i suoi lembi sventolavano nell’aria fresca come una bandiera di amicizia e di fraternità. Quando finalmente raggiunse i giardinetti qualcosa attirò la sua attenzione. All’ombra di un platano un uomo anziano stava seduto su una panchina tenendosi la testa fra le mani. Fece per avvicinarsi, ma pensando di importunarlo ebbe un po’ di esitazione. Gli si accostò dunque molto lentamente e rimase in piedi davanti a lui, in silenzio. Con molta tristezza si accorse che stava piangendo. Non poté fare a meno dunque di sedergli accanto. Dopo qualche secondo l’uomo si voltò verso di lui e, senza dire nulla, si accasciò sulla sua spalla continuando a versare lacrime. Il giovane sacerdote lo strinse affettuosamente tra le braccia. Non volle chiedergli nulla, nemmeno il motivo di quel pianto. Rimasero per qualche minuto così. Il giovane stringeva a sé il dolore di quel pover’uomo che gli bagnava la tonaca con le sue lacrime singhiozzando come un bambino tra le braccia della madre. Alla fine l’infelice sollevò il volto bagnato dalla sua spalla e disse: “Mi scusi padre, ma avevo proprio bisogno dell’abbraccio di qualcuno. E se questo qualcuno è un sacerdote vuol dire che Dio ha avuto misericordia di me. Grazie”. Dopo aver pronunciato queste parole si allontanò e scomparve tra la gente. Il giovane era rimasto seduto sulla panchina senza riuscire a dire nulla, nemmeno a capire quale dramma si potesse nascondere dietro un simile pianto. Si alzò mestamente e cominciò ad incamminarsi pensieroso. Fatti pochi passi, sentì all’improvviso una voce femminile alle sue spalle che gridava: “Padre! Padre!!”. Una donna sui quarant’anni gli stava correndo incontro. Quando finalmente lo raggiunse disse ansimando: “Mi scusi padre, l’ho vista da lontano. Ho un bisogno urgente di confessarmi, la prego, ne ho davvero bisogno!” Il giovane fu stupito da tanta irruenza. “Ma come? Qui, adesso? Il suo parroco non può?” Padre, io non vivo in questa città - rispose lei - mi trovo qui soltanto per risolvere un problema legale con i miei fratelli a causa di un’eredità. Quando l’ho vista da lontano, in mezzo alla gente, non mi è sembrato vero. Un sacerdote proprio nel momento in cui desideravo confessarmi. La prego, non mi neghi questa possibilità!” Il giovane si guardò intorno imbarazzato, poi scorse un angolo più tranquillo dove c’era un muretto in ombra e invitò la donna a seguirlo. Quando furono seduti su quel muretto che li teneva distanti dai rumori delle automobili e dalle voci dei bambini che giocavano, la donna cominciò a confessarsi. Mentre con voce bassa e pudica ella enumerava le sue colpe, il giovane sacerdote capì che quella mattina, senza la tonaca, un ministro di Dio sarebbe passato inosservato agli occhi del mondo. Un uomo solo e sofferente non avrebbe avuto una spalla su cui piangere, e una donna con urgente bisogno di pace interiore non avrebbe provato la gioia di potersi riconciliare con Dio. Ringraziò dunque il Signore per avergli ispirato la vocazione del sacerdozio e per avergli fatto il dono di accogliere tra le sue braccia e sulla sua veste i dolori e le speranze di coloro che lo amano e credono in Lui.
Copyright © Bruno Canale 2018 (Testo)
lunedì 16 luglio 2018
IL MAGNIFICO DONO DEL BATTESIMO
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martedì 10 luglio 2018
LA MORTE E' UNA BUGIA
La morte ha l'assurda pretesa di volerci togliere in un istante tutte le cose meravigliose che Dio ci ha donato: la luce, il sole, l'amore, la vita stessa. In piu' vorrebbe farci credere che tutto si conclude qui sulla Terra, e che dunque ogni uomo ha una scadenza oltre la quale i sogni e le speranze si spengono. Infine vorrebbe farci credere che della creatura fatta a immagine di Dio non restera' che un mucchietto di ossa o di cenere, e talvolta neanche questo. La morte vorrebbe farci credere che presto saremo dimenticati, e che il tempo passera' su di noi come un colpo di vento che spazza via i ricordi. Vorrebbe darci a intendere che ogni sforzo e' stato inutile, e cosi' ogni progetto, ogni sentimento. La morte si arroga il diritto di essere suggello e compimento di ogni esistenza facendoci pensare che in fondo si nasce solo per morire. La morte crede di poterci rubare il cuore, di poter cancellare i passi che abbiamo lasciato sulle strade del mondo, i sorrisi che abbiamo donato, le carezze che abbiamo ricevuto e gli abbracci che hanno unito il nostro cuore a quello di chi ci ha voluto bene. Crede di portare via i nostri giochi, la nostra infanzia, il sapore delle torte e delle favole, l'odore vivo di un prato bagnato dalla pioggia, il caldo sapore delle lacrime e l'affetto di chi ce le ha asciugate. Tante altre cose preziose di noi la morte vorrebbe chiudere per sempre nel suo sacco prima di scaraventarlo nell'abisso del niente. Ma ci sono bugie cosi' grosse che nemmeno il piu' sciocco degli sciocchi ci crederebbe. La morte non e' altro che la piu' volgare e patetica bugia della nostra vita.
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domenica 8 luglio 2018
CORCOVADO
Sulla montagna del Corcovado, a Rio de Janeiro, si erge l'imponente statua del Cristo Redentore la cui costruzione fu terminata nel 1931. Provate ad osservare la formazione rocciosa che si trova di fronte al Corcovado e che delimita la baia. Non vi sembra di scorgere la sagoma del Cristo con le braccia aperte visto di spalle? Sembra che la natura abbia voluto scolpire l'immagine del Redentore che abbraccia l'umanita' prima che lo facessero gli uomini.
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domenica 1 luglio 2018
L' AUTOGRAFO
Se chiedessimo a Dio di farci un autografo, Egli risponderebbe: "Sei tu il mio autografo."
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sabato 16 giugno 2018
IL PIANETA DELLE SCIMMIE
Finché gli evoluzionisti seguaci delle teorie di Darwin non saranno stati in grado di spiegarmi come mai l'uomo abbia ricevuto in dono un'intelligenza che lo rende di fatto superiore a tutti gli altri esseri viventi, io continuerò a credere fermamente che l'uomo è stato fatto a immagine di Dio. Darwin compreso.
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sabato 9 giugno 2018
CHE COSA VUOL DIRE LA PAROLA ATEO?
La parola "ateo" viene dal greco "a-theos" che vuol dire letteralmente "senza Dio". Chi proclama dunque con orgoglio "Io sono ateo" sta dichiarando di essere un "senza Dio". Cosi' dicendo non dimostra che Dio non esiste, dimostra solo di averlo allontanato dal proprio cuore.
"ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo"
(S. Paolo, lettera agli Efesini 2, 12)
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sabato 19 maggio 2018
CREDERE IN DIO
Non si crede in Dio per vincere la paura della morte, ma per capire il senso della vita.
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sabato 12 maggio 2018
NOI NON SIAMO COINCIDENZE
Chi di voi pensa di essere frutto di una coincidenza? Questo vorrebbe dire che siete solo il prodotto fortuito dell'incontro tra un uomo e una donna, i vostri genitori appunto, e che per caso essi si sono incontrati e sempre per caso vi hanno messo al mondo. Se così fosse, noi non saremmo delle creature ma soltanto i casuali prodotti di un'assurda lotteria. Il Signore non lascia nulla al caso, e seppure qualcosa avvenisse per caso su questa Terra Egli la trasformerebbe subito in un elemento necessario e compartecipe del Suo progetto d'amore. Quante volte vi sarete chiesti: "Perché sono nato in questa città e non altrove?" o anche "Perché sono nato in questa famiglia e non in un'altra?" oppure "Perché ho sposato proprio questa persona? Era destino che ci incontrassimo o è stata tutta una combinazione?". E chissà quante altre domande vi sarete posti sull'origine di tanti eventi della vostra vita! Ecco, da oggi in poi non chiedetevi più nulla. Primo perché non riuscireste mai a trovare una risposta convincente; secondo perché così mettereste in dubbio l'efficacia dell'operato di Dio o, peggio, avanzereste la malsana ipotesi che Egli agisca senza criterio, come se noi fossimo palline impazzite che girano vorticosamente nella roulette fino a fermarsi sopra un numero qualsiasi. Ma per fortuna la vita non è un gioco d'azzardo fatto solo di coincidenze e di casualità. Noi che siamo piccole creature imperfette abbiamo comunque dei progetti, perseguiamo degli scopi, pianifichiamo la nostra esistenza. Alcune cose le portiamo a termine, altre no, ma nessun essere umano sarebbe disposto ad affidare la propria vita ai capricci del caso. E così Dio, Padre perfetto e infallibile, non avrebbe mai lasciato che fosse il caso a governare l'Universo.
Copyright © Bruno Canale 2018
martedì 8 maggio 2018
SUPPLICA ALLA REGINA DEL SS. ROSARIO DI POMPEI (TESTO INTEGRALE)
Oggi alle ore 12.00 si recita la Supplica alla Regina del SS. Rosario di Pompei. Scritta dal Beato Bartolo Longo nel 1883, viene recitata l'otto maggio e nella prima domenica di ottobre. Tutti i fedeli cattolici del mondo elevano questa potente e commovente invocazione a Maria. Facciamolo anche noi! La nostra Mamma Celeste non resterà indifferente al grido accorato dei Suoi figli. Per chi non avesse già il testo della Supplica, eccone qui la versione integrale.
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
O Augusta Regina delle Vittorie, o Sovrana del Cielo e della Terra, al cui nome si rallegrano i cieli e tremano gli abissi, o Regina gloriosa del Rosario, noi devoti figli tuoi, raccolti nel tuo Tempio di Pompei, in questo giorno solenne, effondiamo gli affetti del nostro cuore e con confidenza di figli ti esprimiamo le nostre miserie.
Dal Trono di clemenza, dove siedi Regina, volgi, o Maria, il tuo sguardo pietoso su di noi, sulle nostre famiglie, sull’Italia, sull’Europa, sul mondo. Ti prenda compassione degli affanni e dei travagli che amareggiano la nostra vita. Vedi, o Madre, quanti pericoli nell’anima e nel corpo, quante calamità ed afflizioni ci costringono.
O Madre, implora per noi misericordia dal Tuo Figlio divino e vinci con la clemenza il cuore dei peccatori. Sono nostri fratelli e figli tuoi che costano sangue al dolce Gesù e contristano il tuo sensibilissimo Cuore. Mostrati a tutti quale sei, Regina di pace e di perdono.
Ave Maria
È vero che noi, per primi, benché tuoi figli, con i peccati torniamo a crocifiggere in cuor nostro Gesù e trafiggiamo nuovamente il tuo cuore.
Lo confessiamo: siamo meritevoli dei più aspri castighi, ma tu ricordati che sul Golgota, raccogliesti, col Sangue divino, il testamento del Redentore moribondo, che ti dichiarava Madre nostra, Madre dei peccatori.
Tu dunque, come Madre nostra, sei la nostra Avvocata, la nostra speranza. E noi, gementi, stendiamo a te le mani supplichevoli, gridando: Misericordia!
O Madre buona, abbi pietà di noi, delle anime nostre, delle nostre famiglie, dei nostri parenti, dei nostri amici, dei nostri defunti, soprattutto dei nostri nemici e di tanti che si dicono cristiani, eppur offendono il Cuore amabile del tuo Figliolo. Pietà oggi imploriamo per le Nazioni traviate, per tutta l’Europa, per tutto il mondo, perché pentito ritorni al tuo Cuore.
O Madre buona, abbi pietà di noi, delle anime nostre, delle nostre famiglie, dei nostri parenti, dei nostri amici, dei nostri defunti, soprattutto dei nostri nemici e di tanti che si dicono cristiani, eppur offendono il Cuore amabile del tuo Figliolo. Pietà oggi imploriamo per le Nazioni traviate, per tutta l’Europa, per tutto il mondo, perché pentito ritorni al tuo Cuore.
Misericordia per tutti, o Madre di Misericordia!
Ave Maria
Degnati benevolmente, o Maria, di esaudirci! Gesù ha riposto nelle tue mani tutti i tesori delle Sue grazie e delle Sue misericordie.
Tu siedi, coronata Regina, alla destra del tuo Figlio, splendente di gloria immortale su tutti i Cori degli Angeli. Tu distendi il tuo dominio per quanto sono distesi i cieli, e a te la terra e le creature tutte sono soggette. Tu sei l’onnipotente per grazia, tu dunque puoi aiutarci. Se tu non volessi aiutarci, perché figli ingrati ed immeritevoli della tua protezione, non sapremmo a chi rivolgerci. Il tuo cuore di Madre non permetterà di vedere noi, tuoi figli, perduti, Il Bambino che vediamo sulle tue ginocchia e la mistica Corona che miriamo nella tua mano, ci ispirano fiducia che saremo esauditi. E noi confidiamo pienamente in te, ci abbandoniamo come deboli figli tra le braccia della più tenera fra le madri, e, oggi stesso, da te aspettiamo le sospirate grazie.
Ave Maria
Un’ultima grazia noi ora ti chiediamo, o Regina, che non puoi negarci in questo giorno solennissimo. Concedi a tutti noi l’amore tuo costante ed in modo speciale la materna benedizione. Non ci staccheremo da te finché non ci avrai benedetti. Benedici, o Maria, in questo momento, il Sommo Pontefice. Agli antichi splendori della tua Corona, ai trionfi del tuo Rosario, onde sei chiamata Regina delle Vittorie, aggiungi ancor questo, o Madre: concedi il trionfo alla Religione e la pace alla Società umana. Benedici i nostri Vescovi, i Sacerdoti e particolarmente tutti coloro che zelano l’onore del tuo Santuario. Benedici infine tutti gli associati al tuo Tempio di Pompei e quanti coltivano e promuovono la devozione al Santo Rosario.
O Rosario benedetto di Maria, Catena dolce che ci rannodi a Dio, vincolo d’amore che ci unisci agli Angeli, torre di salvezza negli assalti dell’inferno, porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più. Tu ci sarai conforto nell’ora di agonia, a te l’ultimo bacio della vita che si spegne.
E l’ultimo accento delle nostre labbra sarà il nome tuo soave, o Regina del Rosario di Pompei, o Madre nostra cara, o Rifugio dei peccatori, o Sovrana consolatrice dei mesti.
Sii ovunque benedetta, oggi e sempre, in terra ed in cielo. Amen.
Salve Regina
O Rosario benedetto di Maria, Catena dolce che ci rannodi a Dio, vincolo d’amore che ci unisci agli Angeli, torre di salvezza negli assalti dell’inferno, porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più. Tu ci sarai conforto nell’ora di agonia, a te l’ultimo bacio della vita che si spegne.
E l’ultimo accento delle nostre labbra sarà il nome tuo soave, o Regina del Rosario di Pompei, o Madre nostra cara, o Rifugio dei peccatori, o Sovrana consolatrice dei mesti.
Sii ovunque benedetta, oggi e sempre, in terra ed in cielo. Amen.
Salve Regina
sabato 5 maggio 2018
L'AMORE E IL FRANCOBOLLO
Un vecchio nobiluomo che viveva nella sua villa di lusso in compagnia degli ultimi fedelissimi collaboratori, chiamo' una mattina uno di questi e gli disse: "Giovanni, ho un compito importante da affidarti. Vai a comprarmi un francobollo." "Un francobollo?" chiese stupito l'affezionato collaboratore. "Si', un francobollo. Mi serve entro oggi". Dopo avergli specificato che tipo di francobollo doveva acquistare, il nobiluomo lo congedo' raccomandandogli di fare presto. Nella villa c'erano in tutto dieci persone al suo servizio, e ognuna si prendeva cura di lui con affetto e riconoscenza come si fa con un anziano genitore. Anche Giovanni lo aveva sempre servito con premura e rispetto, ed era colui che da piu' tempo si trovava alle sue dipendenze. Per questo motivo si meraviglio' molto che il padrone gli avesse affidato un compito cosi' insignificante. "Non c'e' proprio nient'altro che posso fare per lei eccellenza?" (lo chiamavano tutti cosi' nella villa). "No Giovanni, ho soltanto bisogno di un francobollo per la mia lettera, e lo voglio entro stamattina." "Eccellenza, non vuole darmi anche la lettera che gliela spedisco io?" "No, questo e' un compito che daro' a qualcun altro." Davvero il poverino non si capacitava. Forse il padrone cominciava a pensare che egli stesse diventando troppo vecchio per affidargli incarichi piu' importanti, o magari non si fidava piu' di lui. In ogni modo, mentre si recava alla tabaccheria giu' in paese, decise di fargli una sorpresa. Dopo aver acquistato il francobollo passo' dal fruttivendolo e compro' due chili di arance di giardino belle profumate. Sapeva che il padrone le adorava. In tabaccheria aveva gia' comprato una scatola di sigari, di quelli che l'anziano nobiluomo amava fumare dopo pranzo seduto in poltrona nello studio. Poi, passando davanti alla salumeria, gli venne l'idea di comprare due etti di prosciutto cotto di una qualita' che il padrone prediligeva. Infine passo' dal fioraio per comprare una piantina di gerani. Il padrone li amava perche' gli ricordavano sua madre, che pure li amava e ne aveva posseduto di varie specie e colori. Con l'ingombro di tutte queste cose tra le mani, ma felice di poter dimostrare cosi' il suo immenso affetto per chi l'aveva sempre trattato come un figlio, Giovanni s'incammino' orgoglioso lungo il sentiero che conduceva alla villa.
Quando il padrone se lo trovo' davanti carico di tutta quella roba gli chiese subito: "Dov'e' il mio francobollo?" Giovanni si meraviglio' che non avesse fatto caso a tutto il resto. "Un momento eccellenza". Poso' per terra la piantina e le borse della spesa e comincio' a frugarsi nelle tasche. Cerco' in quelle anteriori e posteriori del pantalone, poi sondo' con le dita il taschino della camicia, infine affondo' le mani nelle tasche della giacca. Preso dal panico frugo' anche nella busta della salumeria e tra le arance. Niente. Non riusciva piu' a trovarlo. Il padrone lo guardava irritato e deluso. "Le chiedo scusa eccellenza, sono mortificato. Devo averlo perso". Quasi si metteva a piangere. "Giovanni, Giovanni, che mi combini? Da quando sei al mio servizio ti ho affidato tanti incarichi importanti e proprio il piu' semplice non sei stato capace di portarlo a termine?" Giovanni decise di essere sincero. "Si' eccellenza, forse proprio per questo ho sbagliato. Mi sembrava troppo semplice. Volevo fare qualcosa di piu', perche' quello che faccio per lei non mi sembra mai abbastanza". "E cosi' - rispose il padrone - questo incarico ti e' sembrato troppo banale e non certo degno dell'affetto che hai per me?" Giovanni annui'. "Ma lo sai che quel francobollo mi serviva per spedire una lettera molto importante al mio figlio maggiore che non vedo da anni? Lo so che ci sono mezzi molto piu' veloci. Ma per quello che ho da scrivergli ci vuole una lettera vergata a mano come quelle di una volta. Hai capito adesso a che cosa mi serviva il francobollo? Tu hai creduto che fosse una cosa banale, e invece per me era molto importante." Giovanni teneva lo sguardo basso e non diceva piu' nulla. "Per amor mio volevi fare qualcosa di speciale, lo so, ma in futuro cerca di non fare piu' di quello che ti chiedo, che per me e' gia' tantissimo. Io do a ciascuno di voi un recipiente da riempire con l'acqua del vostro amore. Non importa quanto sia grande il recipiente, quel che conta e' che non lo lasciate mai vuoto."
Questo apologo ha lo scopo di ricordare che il Signore ha un progetto per ciascuno di noi, e da nessuno pretende piu' di quanto sia capace di dargli. A nessuno Egli chiede di costruire cattedrali, ma semplicemente di assolvere con gioia e obbedienza i piccoli compiti che ogni giorno ci affida. Questi compiti possono sembrare piccoli a noi, ma per Lui sono gia' prove grandissime del nostro amore di figli.
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lunedì 30 aprile 2018
LA BOMBA ATOMICA
Un gruppo di uomini dalla mente eccelsa, a cui il Signore aveva donato intelligenza e sapienza, scopri' un giorno una nuova energia. Senza chiedersi da dove venisse essi vollero governarla e se ne impossessarono racchiudendola in due mostruosi giocattoli di morte.
Quando furono pronti per l'uso, questi due giocattoli vennero prontamente consegnati nelle mani di colui che ne aveva commissionato la costruzione a quelle menti eccelse. Egli spicco' il volo entusiasta e, ad una certa altezza, li scaglio' dal cielo uno alla volta per riconfermare il suo antico dominio sulla storia del mondo e sulle vite di povere creature innocenti. Anche questa volta dunque, come tante altre volte, il "principe di questo mondo" era riuscito a piegare l'intelligenza dell'uomo al suo volere ed era riuscito a far credere che tutto cio' fosse giusto ed inevitabile.
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lunedì 16 aprile 2018
UNA MEDICINA MIRACOLOSA
Venne il medico a casa dell'ammalato. L'ammalato era gravissimo, quasi in fin di vita. Il medico gli prescrisse una medicina che lo avrebbe sicuramente salvato. "Ne ho provato tante di medicine - disse tristemente il pover'uomo - ma ormai nessuno mi ha lasciato piu' speranze." "Con questa guarirai senz'altro - disse il medico - Ma devi credere nella sua efficacia." "E come si chiama questa medicina?" domando' l'uomo. "Essa porta il mio stesso nome." Rispose il medico. "Perche', l'ha forse prodotta lei dottore?" "Non per questo si chiama come me." "E perche' allora?" "Il medico gli sorrise e ponendogli dolcemente una mano sul capo disse: "Essa porta il mio stesso nome perche' la medicina sono io."
Quel medico si chiamava Gesu' Cristo.
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mercoledì 28 marzo 2018
L'INDIFFERENZA DEI CUORI
In una piccola cittadina in cui non accadeva mai nulla di eccezionale e la vita degli abitanti scorreva placida come il corso del fiume che l'attraversava, un giorno qualcuno noto' qualcosa di strano. All'angolo di una strada del centro era stato posto un cartello. In realta' si trattava di un grosso pezzo di cartone rettangolare ricavato da una scatola da imballaggio, su cui era stato scritto con un pennarello rosso: "DOMANI, IN QUESTO POSTO, ALLE 16.30 AVVERRA' UN SUICIDIO". I passanti inizialmente pensarono si trattasse di uno scherzo o di una trovata pubblicitaria. Furono chiamati i carabinieri, i quali interrogarono i negozianti nei paraggi per sapere se avessero visto qualcuno porre quel bizzarro avviso, ma nessuno seppe spiegare da dove fosse saltato fuori. I carabinieri provvidero dunque a rimuovere il pezzo di cartone che stava appoggiato sul muro e tutto fini' cosi'. Il giorno seguente, verso le 16.15, un uomo che nessuno aveva mai visto prima si era piazzato nello stesso punto in cui si trovava il cartello rimosso dai carabinieri. Stava seduto su una sedia di legno vecchia e consumata e teneva la faccia bassa guardando per terra. I negozianti lo notarono subito e qualche passante si fermo' a parlare con loro per chiedere chi fosse quell'uomo, ma nessuno lo conosceva. L'uomo, che indossava un blue-jeans sdrucito, una maglietta visibilmente sporca e delle scarpe da ginnastica, aveva al polso un orologio che guardava continuamente. Erano gli unici momenti in cui staccava gli occhi da terra. Solo verso le 16.25 qualcuno si ricordo' improvvisamente del cartello che avevano visto il giorno prima ed esclamo': "Ma quello dev'essere il tizio che vuole ammazzarsi!". L'uomo, avendo sentito, sollevo' il capo e annui', come per dire: "Si', sono proprio io." A quel punto ci fu un velocissimo passaparola, un andirivieni di concitati richiami, e in pochi minuti davanti a quell'uomo seduto sulla sedia si raduno' un nutrito gruppo di persone vocianti, le quali si disposero a semicerchio di fronte all'infelice come se stessero per assistere ad una rappresentazione. Nessuno lo conosceva, e difatti la domanda che rimbalzava tra le persone era sempre la stessa: "Ma chi e'? L'avete mai visto?". All'improvviso si fece un gran silenzio. Ognuno controllava l'orario sul proprio orologio mentre l'uomo continuava a tenere lo sguardo fisso per terra. Un signore tra la folla grido': "Sono le 16.35, siamo in ritardo! Ci vuole ancora molto?" Una risata generale segui' a queste parole e spezzo' la tensione dell'attesa. L'uomo finalmente si alzo' in piedi e punto' lo sguardo verso di loro. La folla arretro' di un passo. Qualcuno urlo': "Attenti! Potrebbe avere addosso una bomba!!". L'uomo sorrise e fece cenno di no. "Niente bomba, niente paura. Io non ho soldi per comprare bomba." Aveva un accento straniero, forse dell'Europa dell'est. "Grazie a tutti per essere venuti. Voi non mi conoscete, io non sono di queste parti. Fino a tre giorni fa guidavo camion, poi mi hanno licenziato. L'ultima consegna l'ho fatta proprio qui in vostra citta'. Poi finito, piu' nulla. Non ho nemmeno i soldi per tornare in mio Paese. E poi perche' dovrei tornarci? Chi ha coraggio di dire a mia moglie che non ho piu' lavoro, piu' nulla?" Un uomo si rivolse sottovoce a un altro vicino a lui: "Ecco la solita storia. Adesso ci chiedera' di mettere mano al portafoglio. Oppure ci chiedera' di procurargli un lavoro. Ma secondo te quello li' c'ha la faccia di uno che guida i camion? A me sembra solo uno straccione alcolizzato." "Si', va bene - intervenne una signora - ma allora perche' ci ha fatto venire qui parlando di suicidio? Tra l'altro io avevo una commissione importante da sbrigare." "Ma di quale suicidio mi parla, cara signora?! - interloqui' un signore anziano - Quel tizio li' sta solo facendo un po' di scena per impietosirci. Fra poco passera' col piattino. Mi meraviglio che non abbia ancora tirato fuori la fisarmonica." "Gia', la fisarmonica! Almeno ci divertivamo un poco!" disse un ragazzo con un enorme tatuaggio sul collo. L'uomo, dopo una lunga pausa di silenzio, tiro' fuori un coccio di bottiglia da una tasca posteriore del blue-jeans e lo sollevo' lentamente in alto. "Te l'ho detto - affermo' con soddisfazione l'uomo che aveva parlato prima - Quello dev'essere cio' che resta di una bottiglia che si e' scolato. Un ubriacone, altro che guidatore di camion!" Intanto le persone osservavano con preoccupazione il coccio di vetro che l'uomo continuava a tenere sollevato, e trattennero il fiato quando egli distese un braccio e porto' il coccio verso il polso con una lentezza straziante. "Ehi, dico a te, ma non starai mica facendo sul serio?" grido' uno dalla folla. "Ma no che non fa sul serio! - rispose un altro - Non vedete che e' tutta scena? Ci sta solo facendo perdere un mucchio di tempo. Mi domando perche' dobbiamo stare ancora qui a guardare questo ridicolo spettacolo!". Improvvisamente un cane si stacco' dalla folla e raggiunse l'uomo abbaiando. Era un meticcio di piccola taglia che era sfuggito dalla mano del padrone portandosi dietro anche il guinzaglio. Il padrone lo chiamo': "Robi, torna subito qui!" ma il cane, raggiunto il pover'uomo, prese a strusciarsi sulle sue gambe e a fargli le feste scodinzolando e abbaiando. Di fronte a un cosi' inaspettato gesto di tenerezza lo straniero distolse lo sguardo dal polso che di li' a poco avrebbe reciso col vetro e si mise a guardare il cane che gli faceva le feste senza conoscerlo. Un sorriso finalmente si fece spazio nel volto magro e pallido di quell'uomo. Disse qualcosa al cane nella sua lingua, poi getto' via il coccio di vetro e si accovaccio' per accarezzare la simpatica bestiola che saltellava e abbaiava scodinzolando come se avesse ritrovato un vecchio amico. Tutte le persone guardavano la scena nel piu' assoluto silenzio. Dopo aver fatto un altro po' di coccole all'animale e avergli rivolto qualche altra parola che nessuno riusci' a capire, l'uomo si alzo' in piedi e, rivolgendosi alla calca di persone convenute disse con un'espressione diversa, piu' lieta: "Cari amici, ero venuto qui oggi solo per morire, e invece adesso voglio ancora vivere! Ma forse non ero ancora cosi' deciso, ho aspettato che Signore mi da' ancora un'altra possibilita'. Potevo buttarmi subito nel fiume e farla finita senza tante storie. Ma ho aspettato fino alla fine che Dio offre a me una prova del Suo Amore, un invito a cominciare una nuova vita. Questo cane che ha lasciato suo padrone ed e' venuto da me anche senza conoscermi e' un segno che Dio mi ha dato. Lui mi ha detto: "Forza figlio mio, continua il tuo cammino, io sono sempre con te!" Detto cio' si chino' di nuovo per dare un'altra carezza affettuosa alla bestiola che, pur senza parlare, lo aveva convinto a vivere. Si scuso' con tutte quelle persone per averle disturbate e per aver rubato loro tanto tempo prezioso e s'incammino' lungo la strada fino a sparire dalla vista di tutti. Nessuno riusciva piu' a parlare ne' a muoversi da li'. Erano come pietrificati dalla vergogna e dalla mortificazione. Qualcuno, molto lentamente, comincio' a muoversi per tornare alle sue occupazioni quotidiane. Poi seguirono anche gli altri e, un po' alla volta, quella strana assemblea venne sciolta del tutto. Non ci furono commenti ad alta voce ne' risate. Ognuno prese la sua strada ripensando a cio' che aveva visto.
Per molto tempo gli abitanti della piccola citta' continuarono a parlare di cio' che era avvenuto quel pomeriggio davanti ai loro occhi, ma solo pochi capirono che davanti ai loro occhi il Signore aveva compiuto due miracoli: aveva ridato senso alla vita di un uomo disperato e aveva aperto un profondo squarcio nell'indifferenza di molti cuori.
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venerdì 23 marzo 2018
LA GLORIA DEL MONDO
Un'eminente scienziato, famoso per le sue rivoluzionarie teorie ma anche per il suo irriducibile ateismo, era appena tornato a casa dalla Svezia, dove si era recato per ricevere il premio Nobel per la fisica. Era cosi' felice e raggiante quando scese dal taxi, che non si scandalizzo' nel vedere davanti al portone del palazzo signorile in cui abitava un piccolo zingaro malridotto che chiedeva l'elemosina. Il bimbo, con tutt'e due le manine spalancate e la faccia sporca di nero, rivolgeva verso di lui gli occhi pieni di speranza. Lo scienziato, che aveva sempre avuto forti pregiudizi sugli zingari e sui mendicanti in genere, ritenendo tra l'altro la carità nei loro confronti un incoraggiamento alla delinquenza e un inganno alla buonafede delle persone, volle derogare per una volta alle sue severe convinzioni e decise, anche per festeggiare il proprio successo mondiale, di regalare a quel piccolo zingaro ben dieci euro. "D'altronde - penso' - che cosa sono dieci euro di fronte alla cifra che riceverò per il premio Nobel?" Cosi', essendo soddisfatto anche dalla consapevolezza di aver compiuto un'opera buona, sali' nel suo appartamento dove in serata ci sarebbe stato un ricevimento per festeggiare con gli amici e la sua famiglia l'eccezionale evento della premiazione.
Durante la cena a cui erano presenti, oltre ai familiari, molti amici, giornalisti famosi e altri scienziati suoi collaboratori, egli annunciò che avrebbe utilizzato la cifra del premio Nobel per finanziare il prosieguo delle sue ricerche scientifiche. Un fragoroso applauso dei convitati accolse l'annuncio, ed egli sollevò la coppa di champagne per ringraziare tutti del loro caloroso sostegno. All'improvviso, mentre accostava le labbra alla coppa per sorseggiare lo champagne, un violento dolore nel petto lo fece cascare giù, privo di sensi.
Nel letto della clinica in cui fu trasportato d'urgenza, lo scienziato fece un sogno. Vide il volto di Gesù. Questo lo meraviglio' molto, considerato che non aveva mai avuto alcun tipo di frequentazione con le cose sacre. Pensando dunque che fosse giunto il momento di andarsene da questo mondo, si ricordò dell'elemosina che aveva fatto al piccolo zingaro e ne fu felice. Disse dunque a Gesù: "Signore, per tanto tempo ho ignorato e perfino disprezzato i poveri perché ho dato più importanza ai miei studi e alla mia carriera di scienziato. Tra l'altro non sono mai stato credente e di questo ti chiedo scusa. Non so se sono ancora in tempo per salvarmi. Spero tuttavia che quel piccolo gesto fatto nei confronti di un povero zingaro ti sia stato gradito." Gesù lo guardò severamente e poi disse: "Quale gesto hai fatto? Tu non hai fatto niente. Quel gesto te l'ho suggerito io. Tu eri troppo distratto dalla gloria che il mondo ti ha dato per fare un'elemosina col cuore. Ho guidato io la tua mano, nella speranza che qualcosa dentro di te cambiasse. Ma tu invece hai annunciato ai tuoi ospiti che con i soldi della tua gloria terrena avresti finanziato altri studi e altre ricerche. Magari perche' desideri avere un altro premio, altri riconoscimenti. In fondo la gloria del mondo ti spetta perché te la sei meritata, ma il gesto più importante ai miei occhi, ovvero la carità verso un povero, te l'ho dovuto suggerire io." Lo scienziato fu inquietato da queste parole. "Allora Signore, che cosa devo fare per salvarmi?" Gesù sorrise e poi disse con piu' dolcezza:"Ora che ti alzerai dal letto e tornerai alla tua vita, dedica un pezzo del tuo cuore a coloro che hai sempre ignorato, perché è l'unico merito che avrai di fronte a me."
Quando fu dimesso dalla clinica, lo scienziato organizzò una conferenza stampa per annunciare che avrebbe devoluto in beneficenza tutta la somma ricevuta per il Nobel, e che avrebbe dedicato il resto della sua vita ad aiutare i poveri rinunciando per sempre ai suoi studi e alle sue ricerche. Alle vigorose proteste delle persone presenti che gli chiesero quale senso poteva avere una cosi' grave rinuncia, lo scienziato rispose: "Ho trascorso tutta la mia esistenza a studiare e a capire cose che qualcuno molto più grande di me ha creato, e ne ho fatto un motivo di vanto personale. Anche l'aiuto che darò agli ultimi non sarà frutto della mia bontà ma dell'amore immenso che Lui ci dona. Anche la mia stessa vita, il fatto che sono ancora qui a parlare con voi, è stato un suo regalo." A queste parole non segui' alcun applauso. Mentre lasciava la sala circondato dal silenzio e dai volti delusi dei colleghi e degli amici, gli apparve di nuovo il volto di Gesu' cosi' come l'aveva visto in sogno, ma ancora piu' fulgido e splendente. Da allora in poi quel volto fu la guida luminosa dei suoi giorni, l'unica ragione di ogni suo gesto e di ogni suo pensiero.
Copyright © Bruno Canale 2018 (Testo)
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martedì 20 marzo 2018
IL SENSO DEL SACRO
Provo grande tristezza quando sento bestemmiare, e soprattutto quando sento bestemmiare freddamente, placidamente, cinicamente, senza nemmeno la scusa della rabbia ma solo per il gusto di farlo. Provo grande tristezza quando vedo un comico in televisione che fa una battuta volgare o irrispettosa su Gesù o sulla Chiesa per strappare una risata alla platea. Provo grande tristezza quando i vignettisti raffigurano Nostro Signore, o la Sua Santa Madre, o i nostri sacerdoti in aspetti disdicevoli e inappropriati rendendo grottesco ciò che è sacro e il più delle volte solo per dare sfogo a fantasie personali e contorte. Provo grande tristezza quando uomini di spettacolo o intrattenitori teatrali o televisivi prendono in giro il mio Signore per apparire coraggiosi e trasgressivi, e poi hanno paura anche solo di pronunciare il nome di altre religioni. Provo grande tristezza quando i membri di associazioni che propugnano la laicizzazione della società e l’eliminazione di tutte le religioni dal mondo, poi scendono in piazza per protestare solo contro la Chiesa Cattolica e il Cristianesimo. Provo grande tristezza quando le stesse persone che bestemmiano poi accusano me di essere fanatico, intollerante e irrispettoso delle idee altrui soltanto se dico: “ Io amo Gesù”. Noi cristiani siamo chiamati ancora oggi a reggere la Sua Croce affinché diventi anche la nostra Croce. A tutti coloro che fanno “battute” sul mio Signore, dico che ogni “battuta” equivale a una nuova frustata sul Suo Corpo già piagato. E quando io non rido alle vostre “battute”, voi storcete la faccia perché dite che non ho il senso dell’umorismo. Può darsi. Ma a voi manca qualcosa di molto più importante: il senso del Sacro.
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lunedì 12 marzo 2018
STORIA DI UNA PIETRA
C'era una pietra abbandonata in un prato fiorito. L'ultima volta che la mano di un uomo l'aveva raccolta era stato per colpire un altro uomo scagliandola con odio verso di lui. Da quel giorno la pietra giaceva li' dov'era caduta, senza che nessuno si degnasse piu' di raccoglierla. Il sangue dell'uomo colpito la macchio' per molto tempo finche' la pioggia non lavo' il segno di quella colpa. Ora la pietra giaceva li', immobile. Eppure, sentendosi anch'essa creatura come tutte le altre cose esistenti, comincio' a provare una grande malinconia. Essa considero' la sua penosa condizione. Vedeva i fili d'erba e i fiori intorno. La natura li trasformava, li rendeva vigorosi e colorati e poi li faceva ingiallire e appassire per fare posto a nuovi fiori, a nuovi fili d'erba. La pioggia cadeva su quel prato, ma mentre la terra nutrita dall'acqua produceva nuovi fiori, nuovi frutti e nuovi fili d'erba, la pietra rimaneva sempre uguale a se stessa. Essa non moriva mai ne' mai rinasceva. Le farfalle coloratissime si posavano sui fiori, in estate file interminabili di formiche uscivano laboriose e frenetiche dai loro ricoveri invernali per raccogliere provviste. La pietra se le vedeva passare sopra e intorno come rigagnoli scuri ma nemmeno una le chiedeva qualcosa, da essa non pretendevano niente. Di tutte le minuscole creature che brulicavano sopra la terra e dentro la terra, non ce n'era una sola che le chiedesse riparo, sostegno o nutrimento. Da tutte riceveva soltanto indifferenza. Questo la rendeva infinitamente triste. Si' certo, ad essa era stata donata l'immortalita' terrena, tutte le altre creature un giorno sarebbero morte e altre ne sarebbero nate mentre essa non veniva trasformata da nulla, fosse il caldo o il freddo, il vento o la pioggia. Ferma, inutile ed eterna essa giaceva nella vana attesa di qualcosa. Ma che cosa? Che cosa avrebbe potuto cambiare la sua condizione di oggetto vivo ma non vivente, di cosa creata solo per assistere immobile all'esistenza delle altre creature? Un giorno, mentre la primavera faceva esplodere piu' forti e gioiosi i colori della campagna, la mano di un uomo la raccolse. "Ecco - penso' - adesso mi scaglieranno contro qualcuno e io mi macchiero' di nuovo sangue. E' solo per questo che vengo cercata." Invece la mano di quell'uomo la tenne stretta racchiudendola tra dita lunghe e nodose. La teneva come se fosse un oggetto prezioso. Poi ando' a depositarla in mezzo ad altre pietre. Essa si meraviglio' molto di trovarsi in mezzo a tante sue compagne, e si domando' che cosa stesse per accadere. Dopo qualche giorno la pietra si ritrovo' di nuovo immobile ma in una condizione affatto diversa dalla sua solita. Era circondata dal silenzio, unita indissolubilmente a tante altre pietre; e cosi' rimase in attesa. Dopo molto tempo udi' delle voci umane. Erano voci di adulti e di bambini. Spesso ne aveva sentite in aperta campagna; ma queste erano diverse. Un uomo e una donna pregavano e lodavano Dio ringraziandolo. Poi senti' la voce di un altro uomo che diceva solennemente: "Il Signore benedica questa casa e coloro che verranno ad abitarvi!". All'improvviso la pietra si senti' raggiungere da uno schizzo d'acqua, ma non era la solita acqua che l'aveva bagnata nei giorni di pioggia. Era un'acqua nuova che la fece sentire per la prima volta viva e utile come i frutti della terra, i fiori, l'erba dei prati e la linfa che nutre gli alberi. Per la prima volta quella pietra si senti' felice! Negli anni seguenti senti' ancora le voci di coloro che abitavano in quella casa. Poi senti' queste voci trasformarsi, diventare piu' deboli quelle degli adulti e piu' robuste quelle dei bambini. E poi col passare del tempo senti' ancora altre voci, nuove voci, altre famiglie venute ad abitare in quella casa. Non piu' fiori ne' farfalle vide nascere, crescere e avvicendarsi nell'esistenza, ma uomini che ringraziavano Dio per il dono di un tetto e di quelle quattro mura.
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BISOGNOSI D'AMORE
giovedì 8 marzo 2018
LE DONNE NEL VANGELO
Oggi, 8 marzo, voglio fare un pubblico elogio alle donne. Non alle donne genericamente intese, il che puo' avere un sapore di vecchio femminismo, ma alla DONNA cosi' come il Vangelo la rappresenta e la celebra. L'unica persona che viene subito dopo Gesu', per importanza, e' Maria. Perfino gli apostoli le sono sottoposti. La prima persona che incontra il Risorto e' una donna, Maria Maddalena, che viene investita dall'incredulita' dei dodici prescelti. Una donna, che soffriva di continue emorragie, si protende fino a toccare la veste di Gesu' perche' e' sicura che questo gesto di profonda fiducia e devozione la fara' guarire. Una donna bacia i piedi di Gesu' , li bagna con le sue lacrime e li asciuga con i suoi capelli, e a causa di questi gesti cosi' pieni d'amore Egli le condona tutti i suoi numerosi peccati. Una donna, la giovane Maria, sorella di Marta, ascolta incantata le parole di Gesu' e non riesce piu' a staccarsi da Lui. Nel Vangelo le donne capiscono subito la grandezza del Maestro mentre gli uomini, compresi gli apostoli, stentano molto a comprendere la Sua divina identita' e la Sua potenza. E voglio fare inoltre una mia considerazione personale. Quando vado in chiesa, tre quarti dell'assemblea e' composta da donne. La maggior parte delle persone che seguono assiduamente cio' che scrivo nel mio profilo facebook o nelle mie sei pagine di argomento religioso, sono donne. Grazie dunque a voi tutte. Gesu' si domando' se al Suo ritorno avrebbe trovato ancora la Fede, sulla Terra. Io sento di poter rispondere: "Si', finche' vi saranno donne a custodirla."
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martedì 6 marzo 2018
UN GIOCO PERICOLOSO
Spesso i giovani, ma soprattutto gli adolescenti, trovano divertente organizzare una seduta spiritica. Cosi', per passare allegramente una serata. Il piu' delle volte il tutto si risolve tra scherzi, battute e risate. Qualche volta invece le conseguenze di una simile bravata si fanno sentire e...vedere. Ci sono giovani che dopo una seduta medianica o altre pratiche spiritistiche (come il famigerato bicchiere che si muove tra le lettere dell'alfabeto) si sono ritrovati vittime di una possessione diabolica e ci sono voluti anni di esorcismi per liberarli! Padre Gabriele Amorth metteva continuamente in guardia i giovani dal praticare ogni forma di occultismo. Spesso gli adolescenti si illudono di evocare le anime di personaggi famosi, storici, stimolati dalla curiosita' di fare due chiacchiere con Garibaldi o con il loro cantante rock preferito che non c'e' piu'. Vorrei dire una cosa a chi si avventura in una esperienza cosi' insana. Non esiste nessuna possibilita' di evocare l'anima di un defunto. Dio non consentirebbe a nessuna anima, soprattutto se si trova in Paradiso, di tornare sulla Terra per allietare la serata di un gruppo di persone che non hanno niente di meglio da fare. Piuttosto, se qualche presenza riesce ad essere evocata, si tratta senz'altro di spiriti maligni, di entita' soprannaturali che provengono dalla dimensione dell'occulto, del demoniaco, le quali possono provocare danni talvolta irreversibili a coloro che le hanno "chiamate".
Ragazzi, divertitevi in modo piu' sano!Copyright © Bruno Canale 2018 (Testo)
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